DANCE FEVER Recensione

Florence + The Machine, e in particolare la cantante e leader Florence Welch, rappresenta un unicum nel panorama pop rock odierno, sospesi tra suoni contemporanei e riferimenti al mondo medievale e rinascimentale, testi post-pandemici e fiabe gotiche, suoni anni 80 e temi femministi. Questo ultimo disco “Dance Fever” torna a rappresentarli completamente, dopo il precedente “High as Hope” del 2018 di grande successo commerciale ma in cui loro evidentemente non si trovavano a loro agio. 

La danza come metafora

A questo giro i Florence & The Machine hanno chiamato il produttore preferito dalle voci femminili, ovvero Jack Antonoff (St. Vincent, Lorde, Taylor Swift, Lana Del Rey) e Jack Bayley dei Glass Animals, autentici himaker, tuttavia sembra proprio che sia Florence a condurre le danze. 
Il disco si apre “King” con la Welch che abbandona bbandona il ruolo femminile di madre e si libera con un coro di esultanza, verso un’atmosfera orchestrale trionfale, che continua nella successiva “Free” più in chiave electro pop con cascate di synth.  
Sono tutti pezzi che conquistano su disco e immaginiamo possano galvanizzare il pubblico nella loro versione live. “Choreomania” è forse il pezzo che guida tutto il disco e spiega anche il titolo: la coreomania era infatti una pratica medievale in cui migliaia di persone ballavano insieme fino ad esaurirsi, una sorta di Ballo di San Vito del nord europa. Ovviamente qui la danza estrema è una metafora ricca di interpretazioni e significati come quello di liberare i propri demoni o mettere in moto nuove dinamiche  “Dici che il rock and roll è morto / ma è solo perché non è risorto a tua immagine e somiglianza? / Come se Gesù tornasse / Ma con un bel vestito” canta Florence in una delle tante frasi ad effetto da femminismo poetico sparse nel disco. 

Un disco a strati 

Forse questo è il disco più Florence + The Machine dei Florence + The Machine, con una band che gira a mille, un sound decisamente riconoscibile e una Florence che non si risparmia sia nel canto, sia quando affronta il suo ruolo di cantante e la sua forza di continuare (“E dopo ogni tour, giuro che potrei dire / È finita ragazzi, ora è finita / Ma la chiamata poi sempre viene / E suona come bambini / Che implorano di nascere" canta nella conclusiva “Morning Elvis”). 
E' un disco che gioca su tanti strati, dicevamo: c'è il folk quasi à la Joni Mitchell (“Girl Against God”), e il sovraccarico di percussioni e groove (“Daffodil”) fino ad arrivare al singolo “My Love” che segue l'onda che aveva portato la band al successo con la cover riuscitissima di  “You’ve Got The Love“. Anche in questo pezzo la confusione e la frustrazione di questi giorni si trasforma in un grido d’amore. 
 

(Articolo originale su Rockol.it)

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