Giuramenti Recensione

“Giuramenti”, come le vecchie e nuove promesse che i Minisitri intendono mantenere verso la musica e se stessi: è questo il titolo scelto dalla band milanese per il suo settimo album in studio. Sedici anni fa, con il suo album di debutto “I soldi sono finiti”, la formazione composta da Davide “Divi” Autelitano (voce, basso), Federico Dragogna (chitarre, seconde voci) e Michele Esposito (batteria) intendeva porre l’attenzione sulla crisi discografica in atto al tempo. Ora, come dimostrato anche con i singoli che hanno anticipato il nuovo disco, “Numeri” e “Scatolette”, i Ministri hanno ancora dentro di sé quella rabbia e quel desiderio di rivoluzione che li porta a non rimanere indifferente di fronte a ciò che li circonda e che accade. Grazie alla sua voglia di non arrendersi e al desiderio di porre luce su determinati aspetti della realtà, e sempre con l’intento di essere una fonte di provocazione e sensibilizzazione, nel gruppo di Milano si sente il bisogno di riprendere in mano quei giuramenti fatti a inizio carriera per non tradire la propria schiettezza e credibilità. In “Giuramenti”, però, i Ministri fanno un passaggio ulteriore e aprono un inedito capitolo che punta più all’interiorità della band che da ciò che le ruota attorno: si guardano dentro, fanno i loro bilanci per proiettarsi verso un’analisi introspettiva delle loro vite e del loro percorso come gruppo, e tirano le some di due anni di pandemia.

Come fanno ormai da quasi 20 anni, con la loro sesta prova sulla lunga distanza i Ministri intrecciano i propri pensieri al rock alternativo delle loro canzoni, e dicono qualcosa. Nato durante le stesse sessioni dell’ep pubblicato lo scorso anno, “Cronaca nera e musica leggera”, quattro tracce ruvide e dirette di una bellezza e visceralità frastornanti, “Giuramenti” vede quindi la band rispondere a un’urgenza espressiva che, più che riprendere la foga degli esordi, punta a compiere una maturazione che rispetti e onori la crescita persona e artistica del gruppo. Ecco che le nove tracce del settimo album dei Ministri giocano su diversi registri, ambienti sonori, suggestioni, riflessioni e tematiche. Il brano che apre il disco, il singolo “Scatolette”, rivela fin da subito la chiave di lettura dell’intero lavoro e la sua dinamicità. Il pezzo si apre come una ballad amara, con la voce di “Divi”, chiara e lucida, che interpreta i primi versi sul suono dolceamaro del pianoforte. “Ferie pagate o serate in nero / Qualcuno crede sia un lavoro vero / Passare il tempo e farselo passare / Cantare il tempo e per farlo tornare”, canta poi Davide Autelitano nel testo del pezzo, la cui struttura assume spessore con l’ingresso di batteria e chitarra elettrica. Da ballad, “Scatolette” si trasforma quindi in una canzone rock e si sviluppa su un tessuto di ampie sonorità dal carattere deciso ed energico. La stessa efficacia sonora e narrativa la si ritrova in “Numeri”, uno dei momenti più interessanti di “Giuramenti”, mentre con “Documentari” i Ministri si lanciano verso una sezione ritmica più frenetica e liberatoria, con l’aggressività dei colpi di batteria a cui fanno eco riff energici di chitarra.

“Giuramenti” è un disco che ha bisogno di essere ascoltato diverse volte prima che arrivino tutti gli spunti e le atmosfere che la band ha racchiuso in esso. È un lavoro, inoltre, che necessita di un ascolto attento - forse questo non c’è neanche bisogno di dirlo davanti a un album dei Ministri - ma poi fa presa grazie al suo essere un progetto onesto e valido. I ragazzi sono ormai adulti e anche se non sembrano intenzionati a perdere l’energia, la forza e la sfrontatezza che li ha visti affrontare a testa alta tutti i suoi anni di carriera, non si sono ancorati al passato o a una zona di conforto. E giustamente. Come a tener fede alla promessa verso se stessi e alla musica di non tradire la propria autenticità, i tre musicisti continuano a lasciar spazio a riflessioni in bilico fra melodia e potenza, ma si concentrano a sperimentare nuovi suoni e a dar voce a una dimensione sonora e personale più intima.

“Siamo piccoli ma siamo in tanti e anche se non resta niente ci prenderemo sulle spalle”: in “Vipere” è già evidente la profondità malinconica che caratterizza questa nuova maturità dei Ministri, che con una ballad come “Domani parti” alza l’asticella . In “Arcipelaghi”, invece, c’è voglia di giocare con diverse sonorità e l’ambiente sonoro è più audace rispetto ad altri lavori della formazione milanese. “Comete”, come un gioiellino costruito su una linea melodica dolce che apre ad atmosfere dal sapore cinematografico, arriva quindi a chiudere un disco che segna un importante capitolo della carriera dei Ministri e che lascia sperare in un futuro capace di non spegnere il fuoco che arde da quasi vent’anni nelle tre anime del gruppo e di andare ancora un gradino più in là.

(Articolo originale su Rockol.it)

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