ALL SOULS HILL Recensione

Con Mike Scott e i suoi Waterboys ci si era lasciati nell'agosto del 2020 allorquando pubblicarono "Good luck, seeker". Scott viveva nel presente, ma pensava già al futuro e a proposito di quello che sarebbe stato il futuro della sua band dichiarò: "Il prossimo album sarà qualcosa di completamente diverso. È già scritto." Diversa, di certo, è stata la modalità di realizzazione del disco, Scott, abituato a lavorare tendenzialmente in proprio, ha infatti condiviso l'onere della scrittura della maggior parte dei brani con il produttore Simon Dine, già al lavoro con buon profitto al fianco di Paul Weller. Di diverso, inoltre, c'è che dopo essersi spinto al largo delle sperimentazioni, con alterni risultati (del resto finché non si prova...), in "All souls hill", questo il titolo del quindicesimo album della band scozzese, c'è un ritorno verso un rock più classicamente inteso. Rispetto al precedente disco esiste una maggiore unità tra un brano e l'altro e, a mio parere, ciò non è un male.

Comunque la si giri, è rock

Il rock in alcune sue accezioni fa da scheletro al disco. Che sia minaccioso con un cantato/parlato come accade nella title track oppure aiutato dall'elettronica nella claustrofobica "The liar", invettiva rivolta alla cattiva politica, un racconto che presenta personaggi di cui si vorrebbe sapere di più, chiamati Moscow Mitch, Cruz, Hawley, Lord Haw-Haw. O ancora onirico, vedi alla voce "The southern moon" e "In my dreams", dove Scott racconta il suo vissuto nei sogni. Oppure ancora più classico, cantautorale, 'americano' (costa ovest) e rilassato come può essere il sax di Pee Wee Ellis – oh certo, stereotipato e didascalico, ma è quel che ci vuole – presente in "Hollywood blues". Medesimo mood nella allegra e ironica "Here we go again". Per il gran finale Mike Scott regala due perle che valgono il prezzo del biglietto: la cover di "Once we were brothers" di Robbie Robertson (cui ha messo mano con il beneplacito del musicista canadese) e gli oltre nove minuti del classico del folk "Passing through", interpretata tra i molti altri anche da Pete Seeger, che qui assume sembianze gospel-pop e ci accompagna all'uscita con un buon sapore in bocca, pace nelle orecchie e un sorriso sul viso.

C'è speranza per il dramma umano

I Waterboys veleggiano sicuri verso i 40 anni di onorata carriera, hanno vissuto il loro bel tempo e scritto un bel numero di buone canzoni. La curiosità del loro leader li ha condotti spesso ad esplorare territori musicali diversi e sconosciuti, spiazzanti per molti fan della prima ora che li aveva archiviati alla voce 'folk rock'. Il loro bel tempo è ormai alle spalle e non sarà "All souls hill" a portare nuovi adepti alla causa, ma non per questo Mike Scott perderà il sonno. E' conscio di avere fatto un lavoro onesto, è conscio altresì di non potere fare a meno di scrivere canzoni e dare libero sfogo al suo talento e al suo estro. Inoltre sa che ci sarà sempre qualcuno, lì fuori, disposto ad ascoltare un album composto da un rocker che ha superato i 60 anni ma non per questo ha dimenticato il mestiere. E pazienza se è presente qualche concessione all'elettronica. Chiamato a spiegare il contenuto di "All souls hill", il 63enne musicista scozzese lo ha inquadrato così: "Le sue nove canzoni raccontano storie, esplorano paesaggi onirici e gettano uno sguardo freddo ma speranzoso sul dramma umano." Questo è tutto.

(Articolo originale su Rockol.it)

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