LIBERATO II Recensione

In fondo l’hype che sembrava svanito dopo l’uscita del primo disco c’è ancora, come testimoniano le reazioni alla notizia dell’uscita del nuovo (mini) album, pubblicato a sorpresa ovviamente nella data simbolo del suo mito, il 9 maggio. Anche se, rispetto ai tempi della stessa “Nove maggio”, di “Tu t’e scurdat’ ‘e me”, di “Me staje appennenn’ amò” e di “Intostreet”, sembra essersi un po’ ridimensionato, vuoi per il silenzio nel quale il misterioso cantante napoletano si è rintanato durante il lockdown (costretto a posticipare i concerti originariamente previsti nella primavera del 2020 al Mediolanum Forum di Assago – li recupererà in un’unica data il 9 settembre a Milano Rocks) vuoi perché, diciamola tutta, dopo l’epopea dell’anonimato e la celebrazione di una Napoli sospesa tra tradizione e contemporaneità, tra un “Capri Rendez-Vous” e una “Gaiola portafortuna” che trasforma l’isola in un’appendice della Giamaica, forse da Liberato era lecito aspettarsi qualcosa in più.

Dopo una serie di singoli così e così, passati peraltro quasi inosservati (la collaborazione con Ghali e J Lord su “Chiagne ancora” e quella con Bawrut su “Je ‘o tteng e t’o ddòng’”), l’artista dall’identità sconosciuta rilancia con “Liberato II”, sette pezzi con i quali prova a riprendersi la scena. Non sempre funziona, l’incantesimo. D’altronde la formula magica è sempre la stessa: dialetto napoletano, sonorità un po’ trap, un po’ nu-r&b, atmosfere caraibiche (“Nunneover”, “’Na storia ‘e ‘na sera” e “Nun ce penzà” si candidano già a diventare tormentoni estivi per gli under 25, ma non lasciano il segno), produzioni che strizzano l’occhio al clubbing tra sintetizzatori e beat potenti. Ma quando funziona, la magia fa il suo effetto. Anche grazie all’estetica che il regista Francesco Lettieri, vero deus ex machina del progetto Liberato, cuce sulle canzoni del musicista.

Prendete “Partenope”, il pezzo che apre il disco, struggente e romantico: è ispirato alla leggenda della sirena da cui prese il nome la città di Napoli, la quale, affranta per non essere riuscita a conquistare Ulisse, si rifugiò su uno scoglio in mezzo al mare – dove ora sorge Castel dell’Ovo – e si tolse la vita. Il videoclip, scritto e diretto da Lettieri, è un gioiellino girato in costume – la moda del Settecento – al Palazzo Reale di Napoli, che mischia canzone popolare, storia e leggenda, tra folklore e contemporaneità, citando un capitolo de “La pelle” di Curzio Malaparte. Al folklore guarda anche “Cicerenella”, una canzone popolare napoletana dell’Ottocento, maliziosa e licenziosa, che Liberato rivisita in chiave dance e elettronica (prima di lui l’aveva riscoperta già la Nuova Compagnia di Canto Popolare): “Cicerenella teneva nu culo / Ca pareva nu cofanaturo / E l'ammustava notte e stelle / Chisto è 'o culo 'e Cicerenella”. Non tutto è perduto.

(Articolo originale su Rockol.it)

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