NEW MYTHOLOGY Recensione

Il nome Nick Mulvey forse dirà qualcosa a qualcuno di voi. Fu uno dei fondatori del collettivo  Portico Quartet, ma soprattutto con il suo folgorante disco di debutto “First Mind” del 2014 che ricevette anche la nomination del prestigioso Mercury Prize.

Indie-folk aggiornato e reso pop  

“New Mythology” è il suo terzo disco e, come molti che escono di questi tempi, è figlio della pandemia, il che ha portato Mulvey a fare di mostrare il suo lato più mistico e spirituale, portando avanti la teoria dell'interbeing, ovvero l'interconnessione di tutte le cose. Ed è un disco sorprendente bello, profondo e intenso nelle liriche, ma anche leggero nelle melodie. 
Quello di Nick Mulvey è una sorta di indie-folk ma decisamente più pop: se vogliamo dare delle coordinate, possiamo paragonarlo a Jose Gonzales, oppure una sorta di  John Martyn aggiornato e, nelle parti più pop e coinvolgenti anche un po' di Jack Johnson, ma con una profondità delle liriche che ci ha ricordato un po' Cat Svevens. 

Varietà nei suoni e nei testi

Oltre alle grandi doti cantautorali di Nick Mulvey, va anche fatta una menzione speciale a Renaud Letang – già produttore e creatore del suono di Manu Chao e Feist – che produce splendidamente il disco. 
Le canzoni del disco - registrate durante i giorni del lockdown allo Studio Ferber di Parigi, rimasto miracolosamente aperto mentre la città era isolamento - iniziano quasi tutte in modo minimale e classico, voce e chitarra (o ukelele), ma poi si aprono e prendono strade differenti dalla psichedelia di “Star Nation” al funky con una punta di saudade di “Brother to you”, dallo stile cubano di “The Gift” alle chiatarre del Mali in “Another way to be”.
Alla fine “The New Mithology” è un disco estremamente affascinante che fa riscoprire la gioia di ascoltare per intero un album.  Ogni brano ha qualcosa di importante da dire e ognuno ha un'identità unica che lo differenzia dagli altri musicalmente e dal punto di vista dei testi, sia nel misticismo puro ("Tutto quello che vogliamo è conoscere questo momento vivido / Come ci sentiamo ora è stato sentito dagli antichi" o "Dai quello che cerchi / lo troverai" in “Mecca”) sia quando è più graffiante verso il marketing del purpose (“ogni volta che mi allontano c'è una voce, la sento dire, hai sofferto abbastanza? / O possiamo giocare con la tragedia solo come un altro modo per liberarti?" in “Cause”). 
Personalmente una delle più belle sorprese di questi ultimi mesi. 

 

(Articolo originale su Rockol.it)

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