GOLD RUSH KID Recensione

George Ezra ha appena compiuto 29 anni ed è un musicista pienamente affermato. I suoi primi due album, "Wanted on voyage" e "Staying at Tamara's", pubblicati, rispettivamente, nel 2014 e nel 2018, lo hanno posto all'attenzione di critica e pubblico, salutandolo, i primi come una nuova stella del folk rock britannico i secondi, più prosaicamente, trascinandolo in alto nelle chart di un buon numero di nazioni, prima fra tutte la patria Gran Bretagna dove i due album hanno raggiunto la vetta della classifica rimanendoci - in classifica – mediamente 180 settimane ciascuno. Ora, i numeri possono non essere considerati verità assolute e sinonimo di implicita qualità, ma di certo non possono neppure essere del tutto ignorati. Per rispondere alla regola dei 'quattro anni' George ha pubblicato un nuovo album, "Gold rush kid" e, indovinate un po', certo facendo leva sulla credibilità in precedenza acquisita, ha immediatamente conquistato la cima della classifica di vendita in Gran Bretagna. Tre su tre, percorso netto.

Disturbo ossessivo-compulsivo

Sarà lo scorrere del tempo a mettere in prospettiva per intero la sua parabola artistica e a svelarci quale ruolo avrà avuto "Gold rush kid" nella storia artistica del cantautore originario dell'Hertfordshire, oggi per valutarlo possiamo affidarci all'ennesima prima posizione della classifica e al fatto che l'album è diviso in due parti abbastanza distinte tra loro: la prima più versata al pop, ottimistica e danzereccia; la seconda maggiormente cantautorale, introspettiva e riflessiva. Chi ha confidenza con il repertorio del musicista britannico è a conoscenza di quanto sia una persona che con le sue canzoni – per scelta o per indole, poco importa - voglia comunicare speranza, fiducia e gioia di vivere. George però soffre di una nevrosi definita 'disturbo ossessivo-compulsivo' che lo porta a dover trovare strategie per gestire situazioni che possono portargli profondo disagio, tanto che – per fare un esempio – si è ritrovato a riflettere in profondità se valesse la pena sacrificare la propria vita per il successo, sforzandosi di interpretare in positivo questa difficoltosa situazione vivendo ogni aspetto per il meglio.

Tempo per ballare, tempo per ascoltare

"Anyone for you" ('È gioiosa e contagiosa, non posso fare a meno di sorridere ogni volta che la canto', ha detto), "Green green grass" e la title track ('Gold Rush Kid' sono io, è il mio alter ego'). Ma anche "Manila", gioioso amore al tempo lockdown oppure ancora "Dance all over me". George ha il dono della melodia e una voce profonda che la veste alla perfezione. Quante volte lo si è detto? E' una questione di canzoni e queste sono confezionate (non vuole essere un termine sminuente, anzi) alla perfezione perché si facciano ascoltare, cantare e ricordare. Chi vuol esser lieto sia...certo, ma nell'aria nonostante il clima festoso, aleggia un certo retrogusto, si intuisce che qualcosa sta per accadere. E qui ha inizio la seconda parte: quella più introspettiva, quella che abbassa i toni e richiede una maggiore attenzione per le liriche. La parte migliore dell'album, quella che gli regala spessore e spiega perché George Ezra riscuote la simpatia anche di chi magari non apprezza fino in fondo le sue canzoni. La banalità del candore, la forza della sincerità. George si mette a nudo in "I went hunting" dove dà voce alle ossessioni che lo tormentano ('Imagine havin' a thought and then thinkin' it again, Thinkin' it again, Thinkin' it again'), poi si affida a un soffuso coro quasi gospel, oltre che ad una delicata chitarra, per superare il devastante dolore di un amore perduto nella ispirata "In the morning". Pianoforte, archi e quella sua grande voce illuminano "Sweetest human being alive" e, a seguire, "Love somebody else".

Buona vita George, e grazie

Buona vita George e grazie per le canzoni. Se i quattro anni di attesa sono effettivamente una tua regola, l'appuntamento è già fissato: ci risentiamo con altre canzoni nel 2026. Nel frattempo queste, di canzoni, ci terranno compagnia e ci aiuteranno a tenere a bada i cattivi pensieri.

(Articolo originale su Rockol.it)

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