Privilegio raro Recensione

“Tutti Fenomeni è la reincarnazione di Battiato o è uno studente pazzo di lettere classiche/filosofia ossessionato dalla letteratura latina, Dante e dai sofisti. Nel dubbio: non è reale”, scriveva qualcuno qualche tempo fa in un tweet che non è solo la biografia migliore che potete leggere in giro su Giorgio Quarzo Guarascio ma anche la migliore recensione della sua musica. “Privilegio raro”, il secondo album di inediti del cantautore sui generis che con il precedente “Merce funebre” è riuscito a mettere in piedi una piccola cerchia di adepti impazziti per quel suo modo di mischiare alto e basso, Chopin e i Depeche Mode, la Dark Polo Gang e Mozart, riprende la stessa formula del primo disco e la perfeziona.

Quello di Tutti Fenomeni, tra le ultime speranze della scuola romana post-indie, è puro cantautorato citazionista che guardando inevitabilmente al Battiato degli Anni ’80 – quello de “L’era del cinghiale bianco”, “Patriots” e “La voce del padrone”, ormai una reference diffusa nel grande calderone del pop italiano, dove in molti si autoprofessano eredi di Battiato ma in pochi sembrano conoscerne la filosofia, e Tutti Fenomeni fortunatamente è uno di questi – frulla insieme tutto, attingendo dai mondi sonori più disparati per destrutturarli, decontestualizzarli, portandoli in un altro universo: il suo.

Si parte già dalla copertina del disco: quella di “Privilegio raro” cita “Gli amanti” di Magritte. Questa era facile, però. Provate piuttosto a individuare le altre citazioni nascoste qui e là tra le tredici tracce che compongono l’album (prodotto, come il precedente, da Niccolò Contessa, eminenza grigia della scena romana degli Anni Duemiladieci con il suo progetto I Cani). Qualche suggerimento? Alla fine del singolo “Privilegio raro” c’è la melodia di uno dei brani più iconici di una grande stella del rock: Tutti Fenomeni ha raccontato di essere arrivato a quella citazione per vie traverse, pensando al trio in mi bemolle maggiore di Schubert, l’Opera 100, che Kubrick volle nel suo “Barry Lyndon”. “Infinite volte” sembra il titolo di una qualsiasi ballad d’amore di un ex talent. Non lo è: dentro c’è una citazione di un filosofo greco, filtrato attraverso l’irriverenza apparentemente non sense ereditata dalla trap.

Al mondo classico si rifà anche “Heautontimorumenos”, solo che stavolta si guarda a Roma, non alla Grecia. A proposito: “A Roma va così” nasce dalla lettura delle poesie di Trilussa, a dimostrazione che Giorgio Quarzo Guarascio si nutre sì di cose colte, ma anche di tradizione popolare. Musicalmente parlando il pezzo riprende le danze brasiliane e certe cose degli Anni ‘70, da Califano a Julio Iglesias. Di nuovo: alto e basso, classico e moderno, nuovo e vecchio. In un deragliamento continuo che però riesce sempre a trovare una propria fortissima coerenza.

(Articolo originale su Rockol.it)

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