Hold on Baby Recensione

A garantire per King Princess ci pensa Mark Ronson. Non proprio l’ultimo arrivato, ma uno dei game changer – li chiamano così, quelli come lui – del pop-rock mondiale di questi anni. Avete presente “Back to black” di Amy Winehouse? Ecco, c’era il suo zampino. Così come in “Uptown funk” di Bruno Mars, tra le più grosse hit dell’ultimo decennio, e nei successi di Dua Lipa, solo per fare qualche esempio (ha lavorato anche con i Queens of the Stone Age, Lily Allen, Lady Gaga e con Diplo compone l’improbabile duo dei Silk City). Mikaela Mullaney Straus, questo il vero nome della 23enne cantautrice newyorkese, è stata la prima artista che Ronson ha scelto di mettere sotto contratto con la sua etichetta, la Zelig Records (controllata dalla Columbia). “Hold on baby” è il suo secondo album e arriva a tre anni dall’esordio con “Cheap queen”, che ha permesso alla musicista di farsi un seguito a livello internazionale con la sua musica, un mix in cui pop, indie rock, trip hop, folk e lo-fi si susseguono senza soluzione di continuità, conquistando i palchi dei grossi festival, aprendo i concerti di colleghi come Harry Styles e diventando pure una paladina del mondo lgbtq+ per via delle sue prese di posizione (si è definita “non binaria”). La cerchia di estimatori, nel frattempo, si è allargata: i Red Hot Chili Peppers l’hanno voluta come opening act dei loro concerti quest’estatate e così i Florence and the Machine per il loro tour.

Se Mark Ronson si è limitato a supervisionare le lavorazioni di “Hold on baby”, altri big della scena hanno partecipato attivamente alla scrittura del disco (che è stato registrato tra le pareti del Mission Sound Studio di Brooklyn, di proprietà del padre di King Princess, l’ingegnere del suono Oliver H. Straus Jr.: lei sulle sue ginocchia da ragazzina assisteva dietro al banco mixer alle sessions degli Arctic Monkeys e degli Animal Collective, tra gli altri). Come Aaron Dessner dei National. C’è il suo tocco in “I hate my self, I want to party”, “Crowbar” e “Change the locks”, canzoncine appena susurrate che in certi passaggi fanno sembrare King Princess la sorellina di Taylor Swift (non è un caso: Dessner ha affiancato la popstar in “Folklore” e in “Evermore”). Shawn Everett, vincitore di sei Grammy Awards, compare tra gli autori di “Dotted lines” insieme a Tobias Jesso Jr., che nel 2015 firmò per Adele “When we were young”: non aspettatevi però una ballatona strappalacrime come quella della diva soul britannica, ma un pezzo iperprodotto con synth e batterie elettroniche che rischiano di spingere in secondo piano l’interpretazione della cantautrice.

Il vero regalo arriva però alla fine. In “Let us die” c’è la batteria di Taylor Hawkins dei Foo Fighters, registrata poco prima della sua scomparsa. Il pezzo è l’unico prodotto da Mark Ronson, e si sente: c’è un’energia, una grinta, una verve che aspetta il momento giusto per venire fuori. Quella di King Princess prima o poi esplode. Speriamo più prima che poi.  

(Articolo originale su Rockol.it)

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