FM Recensione

“Il primo album nella storia con il fantasma di Albert Einstein che prende a pugni il fantasma di George Washington nelle palle”. Così, con una certa vena nonsense e un po’ di spirito autoelogiativo Ryan Adams ha presentato ai propri fan il nuovo “FM”, terzo album di inediti realizzato nel corso del 2022, in poco meno di sei mesi.

Seguendo ormai delle regole di pubblicazione che sono sue e soltanto sue, il prolifico artista di Jacksonville, Nord Carolina, ha scritto, inciso, prodotto e realizzato l’ennesimo disco da completo indipendente, dopo gli scandali di cui si è reso protagonista e le accuse che hanno finito per travolgerlo. Così, mentre business, media e discografia seguono il proprio corso e di fatto lo ignorano, il musicista si espone ancora una volta attraverso la sua etichetta personale, la PAX-AM, con cui distribuisce tutto ciò che progetta, compiendo un nuovo scarto di lato in una carriera che, tra genio e sregolatezza - propendendo spesso molto più verso quest’ultima - è riuscito a fare completamente a pezzi.

Sporco impossibile?

Documentando ora il suo percorso di recupero - sui social dichiara la propria sobrietà, settimana dopo settimana -, Ryan Adams prova a esternare rimorsi e sentimenti, come pure a dare un nuovo senso ai suoi disastri. Se però sul lato artistico “FM”, a differenza dei precedenti “Chris” e “Romeo & Juliet”, è un album decisamente più asciutto con mezz’ora di musica, quando di questi tempi il cantautore sembrava averci preso gusto con dischi doppi, caotici e densi di brani, resta anche difficile non pensare agli eventi che queste canzoni sembrano voler commentare.

Di quelle terribili vicende c’è molto nelle dieci tracce del disco, tra desiderio di riscatto, sensi di colpa e un sound decisamente in sintonia con gli anni Ottanta. La voglia di ricucire tutti gli strappi causati sembra quindi rispecchiarsi negli accordi spediti di “I want you”, in cui il musicista riafferma il suo bisogno di amore, mentre si fa più malinconico in “When she smile” e nella nostalgica “Fairweather” rivolge dei decisi “do you remember” a una persona che ormai non può più credere alle sue parole. Che siano indirizzati all’ex moglie Mandy Moore o a qualcun altro ancora non è dato sapere, lasciando aperto uno spiraglio sulla sua buona volontà di fare ammenda.

Dubbi e certezze

Tuttavia, con un’urgenza di volersi raccontare e una propensione al pentimento, in “FM” a mostrare un po’ il fianco è proprio quest’ultima, risultando a tratti perfino superficiale, quando prova a fornire le sue ragioni in “Love me don't” affermando di non essere Rambo. Così, in mezzo a tante dichiarazioni d’intenti, in “Someday” Ryan Adams pensa alla quotidianità perduta e al giorno in cui tutto questo sarà finalmente archiviato, nonostante la strada al momento appaia più che altro in salita.

L’uscita, al momento disponibile solo in versione digitale e in cassetta - che riproduce le fattezze di una vecchia VHS di un qualche misterioso horror d’altri tempi - non cambierà di colpo le sorti di Ryan Adams, senza nemmeno però frenarne le prospettive scompaginate. Malinconia, frustrazione, rivalsa, e ancora chitarre elettriche, sax - come in “Fantasy file”, un approccio quasi punk - quello di “Do you feel” - e un certo richiamo agli Smiths, non risolvono tutti i dubbi che chiamano in causa, ma anzi, ne sollevano di nuovi sulla lunga, e giustamente tortuosa, via della riabilitazione. Personale e professionale.

(Articolo originale su Rockol.it)

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