What Can I Say? No Regrets... Out of the Grey + Live, Demos & Outtakes (Deluxe Edition) Recensione

La storia ci racconta che i Dream Syndicate si sono formati agli inizi degli anni Ottanta e sono stati gli alfieri di quella scena losangelena - passata ai libri di storia come Paisley Underground – composta da band che andavano a riprendere le sonorità psichedeliche di qualche tempo prima miscelandole con l'immediatezza del punk e del rock, mettendo avanti a tutto il suono della chitarra.

La storia ci racconta ancora che questo gruppo, capitanato da Steve Wynn debutta nel 1982 con il meraviglioso "The Days of Wine and Roses", cui fa seguito l'altrettanto portentoso "Medicine Show" nel 1984. Poi giunge "Out of the Grey" nel 1986, infine "Ghost Stories" uscito nel 1988 e quindi liberi tutti. Ancora il tempo di dare alle stampe, nel 1989, il postumo "Live at Raji's", un grande disco registrato dal vivo degno epitaffio alla grandezza della band. La storia che pareva morta e sepolta però non era ancora finita perché, si sa, spesso il fuoco non è spento del tutto e cova ancora sotto la cenere. Così, anni più tardi Wynn rimette insieme i pezzi, è il 2012. Dapprima per una manciata di concerti, ma l'appetito vien mangiando e allora perché non pubblicare un nuovo album e quasi trent'anni dopo, nel 2017, ecco arrivare "How Did I Find Myself Here?" e, a seguire in rapida sequenza, "These Times" (2019) e "The Universe Inside" (2020). Tutti dischi di ottima fattura, va detto.

Fuori dal grigio

Tutto questo preambolo per ricordare che i Dream Syndicate non sono vestigia di un tempo che fu, ma sono in piena attività. O almeno, nella piena attività che questo tempo balordo permette. La band di Wynn inaugura il suo 2022 avendo al suo fianco una nuova etichetta discografica, la Fire Records, e pubblicando un cofanetto triplo dal lungo titolo, "What Can I Say? no regrets... Out of the Grey + Live, Demos & Outtakes", che ruota intorno alla ristampa del terzo album, "Out of the Grey". Questo disco torna così disponibile sul mercato un quarto di secolo dopo la precedente ristampa datata 1997.

All'epoca della sua uscita "Out of the Grey" - che segnò l'allontanamento del gruppo dagli influssi della psichedelia che aveva distinto i brani degli esordi verso suoni maggiormente rock, dovuto anche al cambio di formazione con Paul B. Cutler a imbracciare al chitarra al posto di Karl Precoda – venne ben accolto, ma ritenuto non all'altezza dei due capitoli precedenti. E' indubbio che ogni album vada contestualizzato nel quadro storico della sua uscita, ma riascoltato a trentacinque anni di distanza "Out of the Grey" mantiene intatta tutta la sua potenza espressiva e non fa che confermare il talento del quartetto e le elevate capacità di scrittura di Steve Wynn.

Ristampa e bonus, live e demo

Sin qui tutto molto bene, ma si va di molto bene in meglio, riposto il primo dischetto nella custodia e passando a riprodurre il secondo e il terzo CD: rispettivamente, "Live At Scorgies NY, 1985" e "Odds & Sods". Il live è il resoconto (inedito) di un concerto di quelli che quando capita di sentirli sale immediata e incontrollata l'invidia nei confronti di quanti erano presenti a goderselo in sala. Quella sera i Dream Syndicate proposero quasi per intera la tracklist del disco che sarebbe stato pubblicato quasi un anno più tardi ed è un peccato che in scaletta non vi sia incluso "Boston", il brano più rappresentativo di "Out of the Grey".

Da ultimo "Odds & Sods" che comprende ventuno brani: demo in studio delle canzoni che poi avrebbero trovato asilo nell'album nella loro forma definitiva, più alcune cover: i Pink Floyd di "Another Brick in the Wall" e "Brain Damage", "Badge" dei Cream e "Jeannie's Afraid of the Dark" di Dolly Parton, giusto per citarne qualcuna. A chiudere "Dancing Blind" e "Blood Money" ancora dal vivo, ma nel 1984.

Uno sguardo al passato per muovere nel futuro

Prima di tuffarci mani e piedi nel nuovo anno e guardare (con fiducia?) al futuro, "What Can I Say? no regrets... Out of the Grey + Live, Demos & Outtakes" che è retaggio di un passato che diventa sempre più remoto ogni giorno che passa ci viene a ricordare come negli anni Ottanta la bandiera del rock era tenuta alta anche da grandi gruppi come i Dream Syndicate, e che ciò possa essere un buon viatico per un 2022 che ci auguriamo possa regalarci altre belle sorprese come questa.

(Articolo originale su Rockol.it)

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