Close to the Edge Recensione

Nei primi anni Settanta, i ragazzi italiani possedevano in sostanza un solo strumento d’informazione sulla musica internazionale. Si trattava del settimanale “Ciao 2001”, oggi non più in edicola; un giornale che, spesso rimaneggiando e adattando quanto pubblicato dalla stampa estera (Melody Maker, New Musical Express, Rolling Stone) si sforzava di far conoscere artisti e gruppi dei quali il nostro pubblico ignorava spesso persino l’esistenza. Erano tempi, è bene ricordarlo, in cui non esistevano ancora le emittenti private, Radio RAI proponeva musica “pop” – la chiamavamo così – solo nel programma pomeridiano “Per voi giovani”, i quotidiani non si occupavano di musica “leggera” se non in casi eccezionali, e la televisione (anche qui, c’era ancora solo la RAI) faceva lo stesso. Internet, figuriamoci, era di là da venire.

Bene: su “Ciao 2001”, la rubrica delle recensioni discografiche (“Underground & Pop”) era curata da un solo giornalista, Enzo Caffarelli. Sulle sue scelte, sulle sue preferenze, sulle sue “fissazioni” si è formata un’intera generazione di fruitori di musica. E siccome a Enzo Caffarelli piaceva molto il cosiddetto “rock romantico”, o “progressive”, dedicava ampio spazio e toni entusiastici a gruppi come Genesis, Van der Graaf Generator, King Crimson, Audience e – appunto – Yes.

Questa lunga introduzione serve un po’ a spiegare (o a giustificare) la scelta di un disco degli Yes per questa rubrica settimanale. Figli dei Procol Harum e dei Moody Blues, innamorati della musica sinfonicheggiante e delle tastiere solenni, gli Yes avevano iniziato a pubblicare dischi nel 1969; ma è solo nel 1971, con l’album “Fragile”, che conquistano la notorietà. Il disco contiene titoli come “Roundabout”, “Cans and Brahms”, “Heart of the sunrise”: brani che già la dicono lunga sulla cifra stilistica della formazione, ma restano nella dimensione della “canzone”, con durate medie accettabili. E’ invece l’anno seguente, con “Close to the edge”, che gli Yes affrontano la dimensione della suite: e infatti l’album presenta solo tre brani. “Close to the edge”, che intitola il long playing e ne occupa per intero la facciata A, dura 18’50”, ed è suddiviso in quattro “movimenti”; così come “And you and I”, che apre la facciata B e dura poco più di dieci minuti. Il terzo brano, “Siberian khatru”, sfiora i nove minuti di durata.

La formazione del gruppo vede alla voce – una voce personalissima, forte e acuta, dal falsetto potente – Jon Anderson; alle tastiere il virtuoso Rick Wakeman (già session man con Black Sabbath, Al Stewart e David Bowie, era poi entrato negli Strawbs prima di unirsi agli Yes); alla chitarra Steve Howe, al basso Chris Squire e alla batteria e percussioni Bill Bruford (che però, all’uscita del disco, aveva già lasciato gli Yes per i King Crimson). Sono comunque la voce di Anderson e le tastiere – mellotron, pianoforte acustico e elettrico, sintetizzatori – a fornire l’impronta ai brani di “Close to the edge”: che consistono in sostanza in “paesaggi sonori” in cui le melodie e le armonie pagano pegno alla struttura complessiva del pezzo, e anche i testi – comunque evocativi e “filosofici” – hanno funzione più sonora che descrittiva. Se la title track è intricata nella costruzione e si allarga in empiti melodici affidati soprattutto alla voce (“Down at the edge, down by the river / close to the edge, round by the corner...”) e il pattern di batteria fa già pensare ai King Crimson, “Siberian khatru” – sorta di rilettura della “Sagra della Primavera” di Stravinski – appare come il frutto di uno stato di trance rituale indotto da un viaggio all’inizio del tempo, e “And you and I” sembra una riproposta di “Your move” (la prima parte di “I’ve seen all good people”, dal primo album) trasferita ad un più alto livello “cosmico”.

Al riascolto quasi trent’anni dopo, “Close to the edge” appare irrimediabilmente invecchiato soprattutto nel contributo eccessivamente virtuosistico di Wakeman (il solo di organo ecclesiastico nella title track, certe fioriture solipsistiche) ma resta affascinante per l’empito onirico che lo pervade, e conferma la grazia elegante del chitarrismo di Steve Howe e l’innegabile efficacia della voce di Anderson. Alla luce di quanto il gruppo continuerà (e continua ancora oggi) a realizzare discograficamente, quest’album – insieme al praticamente coevo “Fragile” – è senz’altro il punto più alto di equilibrio raggiunto dalla band nella propria parabola creativa.

(Articolo originale su Rockol.it)

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