Trans Europe Express Recensione

Chissà chi è stato il giornalista inglese che ha inventato l’appellativo “kraut-rock”. Definizione azzeccata, intendiamoci, perché espressiva e felicemente sloganistica; e apprezzata dagli stessi gruppi tedeschi cui è stata applicata (se è vero che in “Faust IV” - Virgin, 1973 - i Faust intitolano proprio “Krautrock” la suite iniziale).

Comunque: “kraut rock” (“rock crucco”?) non indica genericamente il rock dei germanici, bensì più specificamente quel movimento, o quella scuola estetico-sonora, che va da Klaus Schulze ai Cluster, passando per Tangerine Dream, Popol Vuh, Amon Duul II, Can, Faust, Neu, LA Dusseldorf. Un movimento che si nutre di elettronica, iniziato con le soavità evocative della “musica cosmica” e transitato da certa dance ripetitiva (Giorgio Moroder) per sfociare nell’industrial durissima di alcuni gruppi degli anni Novanta.

In questo contesto, i Kraftwerk si sono mossi con sibillina ed elusiva eleganza: dagli inizi dei Settanta (i primi tre dischi, “Kraftwerk 1”, “Kraftwerk 2” e “Ralf und Florian”) al 1986 (anno in cui è uscito il loro ultimo album di brani inediti, “Electric Cafè”) non si sono mai granché concessi ai media, né alle platee (rarissime le loro apparizioni dal vivo, in cui peraltro spesso si sono fatti sostituire da manichini con le loro fattezze) rimanendo chiusi come monaci nei loro Kling-Klang Studios di Dusseldorf a distillare sonorità fredde e pulite, accompagnate dalla “presenza costante e lineare del ritmo” (Scaruffi).

Eppure i Kraftwerk esistono fisicamente, e ne sono testimone oculare, avendoli accompagnati nel corso di una breve apparizione promozionale in Italia all’epoca di “The man machine” (sul finire degli anni Settanta). Ralf Hutter e Florian Schneider atterrarono a Milano insieme agli altri due componenti della formazione di quel periodo (Karl Bartos e Wolfgang Flur) e a quattro bare di metallo imbottite contenenti, appunto, i manichini-replicanti dei musicisti. Portarli in giro per le apparizioni televisive fu imbarazzante (servivano tre taxi: uno per Ralf e Florian, uno per Karl e Wolfgang, uno per i quattro manichini), andare a Venezia complicato (avevo proposto a Ralf e Florian un viaggio in treno, pensando che avrebbero gradito il riferimento al loro disco di cui stiamo per parlare qui; vollero invece l’aereo - 35 minuti di volo...), organizzare l’esibizione nella trasmissione RAI esilarante: durante le prove, in platea i quattro stavano seduti nella fila dietro a quella in cui avevano fatto accomodare i manichini, e non era facile distinguere gli uni dagli altri.

Ma torniamo a “Trans-Europe Express”. Quando uscì il disco, nel 1977, i Kraftwerk erano freschi dell’inopinato successo commerciale di “Autobahn” e “Radio-Activity”: il primo (1974) una lunga suite elettronica costruita sul rumore frusciante degli peumatici sull’asfalto di un’autostrada (e il disco si apre con lo sbattere di portiere e l’avviamento di un motore), il secondo (1975) una collezione di melodie meccaniche ispirate al tempo stesso alle onde hertziane e alle radiazioni nucleari, come sottolinea il titolo ambiguo dell’album. Con “Trans-Europe Express” i quattro tedeschi si rimettono in viaggio: stavolta non più in automobile ma in treno, sul favoloso, storico treno che attraversa l’Europa; e il ritmo che accompagna il viaggio è il “tu-tun, tu-tu-tun” delle ruote ferrate sui binari, interminabilmente replicato per tutta la seconda facciata dell’album (“Trans-Europe Express”, “Metal on metal”, “Franz Schubert”).

Pare uno scherzo, o una provocazione: eppure l’ascolto ipnotizza, e gli sprazzi di tastiere evocanti il fischio della locomotiva turbano e quasi spaventano, come lo spostamento d’aria a un passaggio a livello. Nel primo dei tre “movimenti”, una voce sintetica ripete ossessivamente “Trans-Europe Express”, e le voci - non sintetiche, ma non meno inquietanti - di Ralf e Florian scandiscono le stazioni del viaggio con brevi notazioni da guida turistica (“Rendez- vous on Champs-Elysees, leave Paris in the morning on T.E.E.... In Vienna we sit in a late-night cafe, straight connection, T.E.E....”) e obliqui ammiccamenti per iniziati (“From station to station back to Dusseldorf City, meet Iggy Pop and David Bowie”: e Bowie ricambierà l’omaggio intitolando un suo album proprio “Station to station”). Nel secondo “movimento” il treno corre a lungo sui binari della pianura (“Metal on metal”) accompagnato solo dal ripetere incessante del proprio nome, per frenare morbidamente e farci scendere in hotel accompagnati (“Franz Schubert”) da romantiche danze popolari mitteleuropee per coppie di androidi vestiti di abiti da sera.

La facciata B si conclude con la sognante “Endless endless” (il titolo è anche l’intero testo), che chiude il cerchio e rimanda all’iniziale “Europe endless”: serenata sintetica al Vecchio Continente, con suoni di violino generati dalle tastiere che sottolineano frasi quasi d’amore (“Life is timeless, Europe endless... Parks, hotels and palaces, promenades and avenues, real life on postcard views... Elegance and decadence...”).

Segue la glaciale favola - quasi una parabola, in effetti - di “The hall of mirrors”, in cui il mito di Narciso viene riletto come metafora lewiscarrolliana del divismo (“The young man stepped into the hall of mirrors... Sometimes he saw his real face and sometimes a stranger in his place... He fall in love with the image of himself and suddenly the picture was distorted... He made up the person he wanted to be and changed into a new personality... The artist is living in the mirror with the echoes of himself: even the greatest stars live their lives in the looking glass”); suoni rarefatti e liquidi, con la voce recitante che assume riverberi metallici e solenni.

A parer mio, il brano più significativo dell’album è però anche il meno coerente con il concept complessivo del lavoro: “Showroom dummies” sembra la sceneggiatura ante litteram di un videoclip, per come racconta la storia di quattro manichini da vetrina (“We are standing here exposing ourselves”) che quando si sentono osservati stanno immobili (We're being watched and we feel our pulse”), a tratti mutano postura, non senza prima essersi assicurati che nessuno li sta guardando (“We look around and change our pose”), e quando non c’è più nessuno per strada si animano, escono dalla vetrina (“We start to move and we break the glass”), camminano per le strade (“We step out and take a walk through the city”) e finiscono in una discoteca (“We go into a club and there we start to dance”). Un incubo a spirale, in crescendo continuo, scandito da un ritmo ossessivo eppure discreto e punteggiato da cori angelici: uno splendido esempio di “musica da ballo per robot” che eserciterà una profondissima influenza su tutta la musica dance elettronica del decennio seguente (Depeche Mode in primis), e non a caso è stato recentemente riscoperto e riproposto, rielaborato, in una delle tante compilation lounge “da bar”.

A questo proposito, è ormai riconosciuto universalmente come i Kraftwerk abbiano seminato fecondi influssi in moltissimi esponenti della scena internazionale, da Aphex Twin agli Orb a Afrika Bambaata (che su un campionamento di “Trans Europe Express” ha costruito la sua innovativa "Planet Rock"). Ragione di più, se servisse, per andare a (ri)scoprire questi signori tedeschi che sembrano pallidi nerd con la fissa dei computer, e forse lo sono; ma che nelle loro teste ben pettinate nascondono cervelli musicali ipersviluppati.

In attesa che tornino a mettere su disco - o su qualsiasi altro supporto - le loro creazioni (ultima conosciuta: i quattro secondi del jingle “Expo 2000” per l’Esposizione Mondiale di Hannover di due anni fa), ci si può consolare con il più bizzarro dei tribute records: si intitola “El baile aleman”, consta di rielaborazioni in chiave pseudo-latinoamericana dei brani dei Kraftwerk (“Showroom dummies” diventa un cha-cha-cha, “Trans-Europe Express” una cumbia, “Autobahn” un merengue...) ed è firmato da Señor Coconut Y Su Conjunto, alias sotto il quale si cela Uwe Schmidt, uno sperimentalista tedesco post-techno che ha pubblicato valanghe di dischi sotto diversi pseudonimi (I, Atomu Shinzo, Bi-Face, Mike McCoy, Lassigue Bendthaus, Lisa Carbon Trio, Ib). Se avete voglia di cercare il disco, vi assicuro che vi divertirà.

(Articolo originale su Rockol.it)

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