The Joshua Tree Recensione

Ci sono alcuni dischi che hanno segnato la formazione musicale di chi è cresciuto negli anni ’80. Dischi di gruppi nati, cresciuti ed esplosi in quel decennio, insieme ad una nuova generazione di ascoltatori. E, se dovessimo indicare un disco e un disco soltanto di quel periodo, “The Joshua tree” sarebbe uno dei più accreditati candidati, se non IL candidato.
Ora siamo in periodo di revival: programmi televisivi e compilation ci rammentano le gesta epocali di quegli anni, con la mitizzazione tipica di ogni operazione del genere. Ma se di rock dobbiamo parlare, gli U2 sono stati sicuramente il gruppo del decennio.
Nel 1987 gli U2 sono reduci da un periodo in costante ascesa: con “War” erano diventati un gruppo di culto, o forse già qualcosa di più. L’esplosivo live “Under a blood red sky”, con quella suggestiva copertina (il cielo rosso sangue del Colorado, la sagoma di Bono che regge una bandiera) consolidò la loro fama di rock band uscita dal grande calderone new wave. Un anno dopo, nel 1984, il gruppo cambia strada: “The ynforgettable fire” è il disco dell’incontro con Brian Eno. Ovvero meno rock (a parte l’inno “Pride”), più sperimentazione sonora. Il che voleva dire meno schitarrate di The Edge (la vera anima musicale del gruppo), ma più tessuti sonori, a sostenere i testi epici e “sociali” di Bono. Nel 1985 la consacrazione definitiva al “Live Aid".

“The Joshua tree” arriva nel marzo del 1987. Il disco della conferma, ma anche il disco in cui gli U2 sintetizzarono il percorso musicale compiuto fino a quel momento, in più recuperando delle radici sopite e mai svelate del tutto: quelle americane.”Outside it’s America”, “Là fuori c’è l’America” canta Bono in uno dei pezzi più intensi dell’album, “Bullet the blue sky”.
“The Joshua tree” è un disco americano, fin dal titolo che richiama gli alberi del deserto tra Nevada e California, che crescono nonostante la carenza d’acqua. E’ un disco americano nelle musiche e nei temi.

Musicalmente, la produzione di Brian Eno e Daniel Lanois mette in più a fuoco le coordinate del suono, la “Infinite guitar” di The Edge trova negli arpeggi dilatati di brani come “With or without you” e “Where the streets have no name” la sua configurazione più classica. Ma il disco contiene anche la ballata acustica, quasi blues, di “Running to stand still” e brani come “Trip through your wires” che potrebbero uscire dal repertorio di Dylan o Neil Young, il gospel di “I still haven’t found what I’m looking for”.

I riferimenti tematici all’America nelle canzoni non si contano. E se quello già citato di “Bullet the blue sky” è sicuramente il più esplicito, le citazioni dirette indirette vanno dal deserto evocato in “Where the streets have no name” alla “terra di Dio” di “In God’s country”, alla canzone dedicata alle madri dei desaparecidos sudamericani (“Mothers of the disappeared”, appunto).

Ciò che ha reso grande questo disco, però, non è il semplice citazionismo, ma la rilettura dell’America dagli occhi di europei. Una rilettura che si è cristallizzata in un suono epico, che è diventato per definizione il suono rock degli anni ’80.

La storia degli U2 post “Joshua tree” è nota: dopo un mega tour mondiale (che toccò anche l’Italia, radunando migliaia di persone), Bono e soci continuarono a cantare l’America con “Rattle and hum” disco in parte dal vivo e in parte di inediti, tutti legati dal filo conduttore tematico rappresentato dal continente, che diventa ancora più forte ed evidente che in “The Joshua tree”. Negli anni ’90 gli U2 sono diventati una delle band più amate, ma anche più controverse del rock, per la loro megalomania spettacolare. “Achtung baby”, primo lavoro di inediti in studio è un altro capolavoro, ma sicuramente inferiore a questo “The Joshua tree”. Che alla fine, al di là di tutto, rimane il miglior disco di canzoni degli U2, e probabilmente di tutto un controverso decennio musicale.

(Articolo originale su Rockol.it)

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