RAM Recensione

Impossibile evitare alcune premesse, toccando l’argomento della produzione musicale di Paul McCartney. Già l’inclusione di un suo album in questo elenco domenicale di dischi “imprescindibili” perché decisamente influenti sulla produzione musicale successiva potrebbe essere discutibile: nel dopo-Beatles, difficilmente McCartney ha esplorato strade nuove e originali (se si escludono forse le operazioni sotto pseudonimo - The Fireman - e il recente “Liverpool Sound Collage”). Semmai, McCartney ha continuato, a partire dagli anni Settanta, a perseguire un suo progetto di musica pop di qualità, ricca di contaminazioni da altri generi e stili, ma sicuramente non “rivoluzionaria” nell’approccio.

Eppure, la parabola della sua attività da solista - più lunga (e non per merito suo), più intensa e più variegata di quelle dei tre suoi ex colleghi - lo ha mantenuto pressoché costantemente sotto i riflettori, prima come solista, poi come leader degli Wings, poi di nuovo in proprio. E’ vero che la stima critica di cui McCartney ha beneficiato è stata in un certo modo inversamente proporzionale alla popolarità di cui egli ha continuato a godere; è altrettanto vero, però, che di questo sono in ugual modo responsabili lo snobismo di certa stampa specializzata e il confronto con il suo ex partner di composizione John Lennon, un po’ sopravvalutato in vita ed eccessivamente beatificato post mortem.

Anche sulle ragioni che mi hanno indotto a scegliere questo album, fra i tanti del McCartney dopo-Fab Four, vale forse la pena di spendere qualche parola. Perché non “Band on the run”, unanimemente considerato il suo miglior lavoro? Perché a mio avviso è più il frutto di un’eccellente produzione che di una felice ispirazione. E allora perché non “McCartney”, il debutto solistico - più solistico di così non si potrebbe: scritto, cantato e suonato tutto da solo - del 1970? Perché quell’album, benché fresco e brillante, mi appare oggi solipsistico, oltre che frammentario e discontinuo. Avrei invece potuto scegliere “London Town”, probabilmente sorprendendovi: ma non avrei potuto giustificare la scelta se non come l’espressione di una mia preferenza personale, legata non alla qualità del disco ma alla coincidenza della sua uscita con un periodo per me particolarmente eccitante dal punto di vista professionale.

Eccomi dunque a scrivere di “Ram”: che, uscito nel 1971, è la testimonianza del periodo di training musicale della moglie di McCartney, Linda, che si avvia a diventare una partner anche professionale (da qui la comparsa della sua firma come coautrice di alcune canzoni: probabilmente più un segno di generosità che l’effettivo riconoscimento di un contributo). L’album vede anche l’abbozzo di una prima formazione degli Wings: i tre sessionmen che collaborano con Paul sono gli stessi che avevano registrato con lui “Another day”, l’eccellente singolo uscito tre mesi prima dell’album (e incluso come bonus track, insieme a “Oh woman, oh why”, nella versione Cd) - a metà febbraio di quell’anno -; e uno di questi, il batterista Denny Seiwell, entrerà appunto qualche mese più tardi nella prima line-up degli Wings (gli altri due sono il chitarrista Dave Spinoza e il batterista Hugh McCracken).

Continua comunque anche in “Ram” la tendenza, già dominante nell’album precedente, a fare ricorso a un artigianato musicale esplicitamente dichiarato; anche qui, dunque, canzoni abbozzate e non concluse, l’immediatezza preferita alle rifiniture, e una varietà di generi e stili persino eccessiva. E’ come se McCartney volesse evitare di farsi etichettare in alcun modo: così passa indifferentemente dal rock teso di “Smile away” all’atmosfera da music-hall di “Uncle Albert / Admiral Halsey”, dal country-swing di “Heart of the country” al pre-punk di “Monkberry Moon Delight” (in cui Heather, figlia di primo letto di Linda, contribuisce ai cori).

Due canzoni dell’album, “3 legs” e “Dear boy”, parrebbero contenere nel testo accenni polemici a Lennon (almeno così sembrò credere John, che rispose con la vetriolica “How do you sleep?” di “Imagine”); in “Too many people”, i versi incriminati sono “That was your first mistake, you took your lucky break and broke it in two. Now what can be done for you? You broke it in two”; mentre le parole di “Dear boy” ipoteticamente rivolte a Lennon sono “I hope you never know how much you missed, dear boy, how much you missed, dear boy”: ma francamente, almeno in questo secondo caso, la canzone pare essere esplicitamente una love song - “I guess you never knew, dear boy, that she was just the cutest thing around” - nella quale il nuovo amore di una ragazza si rivolge al precedente rimproverandolo per non averla saputa capire, e ci vuole una certa malizia per leggervi un doppio significato.

Il titolo probabilmente migliore dell’album, a dispetto di un certo disordine strutturale, è la conclusiva “The back seat of my car” (in cui Paul dirige la New York Philharmonic Orchestra: l’album fu registrato negli A&R Studios della metropoli statunitense). Ma anche “Dear boy” (specialmente per le armonie vocali) e “Heart of the country”, per l’uso della voce e la performance chitarristica di Paul, meritano attenzione speciale.

E’ però il disco nel suo complesso, indipendentemente dalla qualità delle singole tracce, ad offrire un ascolto rinfrescante e gradevole: “serenità” sembra essere la cifra emotiva che lo caratterizza (ascoltate “Ram on”), e infatti risentendolo pare di avvertirvi una recuperata fiducia nei propri mezzi, quella disinvolta sicurezza anche giocosa, quella lievità di approccio dalla quale traspare il musicista “having fun”, che si diverte a fare il proprio mestiere senza l’assillo del successo ad ogni costo.

Stato d’animo pericoloso, per McCartney: che, infilata la doppietta “Another day” / “Ram” (l’album in Inghilterra restò tre settimane al secondo posto delle charts dietro solo a “Sticky fingers” dei Rolling Stones, e andò per una settimana anche in vetta, spodestando nientemeno che “Bridge over troubled water” di Simon & Garfunkel; scese poi di nuovo al secondo posto, restandovi altre quattro settimane, e ottenendo una permanenza complessiva nella Top Ten di oltre quattro mesi), probabilmente cominciò a sentirsi “troppo” sicuro di sé: le sue uscite discografiche successive - l’album “Wild life” degli Wings, dicembre 1971, e i singoli “Give Ireland back to the Irish”, febbraio 1972, e “Mary had a little lamb”, maggio 1972 - danno segni di disorientamento, e probabilmente pagano lo scotto dello choc dell’uscita dell’album-monstre dell’arcirivale Lennon, “Imagine” datata ottobre 1971. Uno choc dal quale McCartney si riprenderà a modo suo, cioè con un doppio successo commerciale nel segno della sua eterna ambivalenza: il rock’n’roll del singolo “Hi hi hi” (dicembre 1972) e la romanticissima ballad del singolo “My love” (marzo 1973).

(Articolo originale su Rockol.it)

Torna

Tutto su Paul McCartney