Exile On Main Street Recensione

La storia del rock è strana, pure se ci si chiama Rolling Stones. Finisce che si viene considerati delle star, sia da pubblico che da critica. Finisce che ci si autodefinisce “la più grande rock ‘n’ roll band del mondo”, ed è pure vero. Finisce che si scrivono un sacco di grandi canzoni, destinate a rimanere immortali. Ma finisce anche che si incide il miglior disco della propria carriera, e questo viene quasi ignorato.
Perché questa è la storia di “Exile on main street”. Ovvero, quella di un doppio album originariamente pubblicato negli anni ’70 (nel maggio 1972, per la precisione), quando la band ha già sparato alcuni dei propri colpi migliori. Su tutti “Beggars banquet” o “Sticky fingers”, dischi tra di loro diversissimi, ma destinati a rimanere immortali, e non solo per ragioni musicali.

Quando esce “Exile”, gli Stones sono reduci da una serie di capolavori, che ne hanno dimostrato la crescita musicale e nello status di “star”, anche con episodi controversi (il noto concerto di Altamont e i relativi fattacci). Hanno poco da dimostrare, o forse si crede che sia così. Si rinchiudono in una villa in Francia: un esilio dorato per sfuggire al fisco inglese, e un’immersione totale nel consumo di droghe. Sulla Costa Azzurra producono il loro capolavoro assoluto. Ma al momento nessuno se ne accorge. Perché il paradosso di “Exile” è che questo è il loro disco più completo, più torrenziale, più trascinante. Il loro disco “più”, insomma. Ma al tempo venne largamente ignorato.
Riascoltarlo oggi significa capire perché gli Stones sono una grande band. Sono inglesi capaci di riscrivere la tradizione americana, dal rock ‘n’ roll e alla musica nera (la ballate quasi soul “Let it loose” e “Shine a light”), dal country (“Sweet Virginia”) al blues (“Ventilator blues”) e di farlo con una forza ed una personalità che pochi altri hanno avuto.

In questo disco, paradossalmente, il padrone della situazione è Richards, con i suoi riff micidiali, aiutato da Mick Taylor. La voce di Jagger, sempre grande, è impastata nel suono, quasi in secondo piano. Però che suono… Sporco, grezzo, tutt’altro che perfetto, ma con una forza senza pari. Viene quasi da sorridere, oggi, ascoltando bravi epigoni come i Black Crowes. Perché se c’è un merito di questo album, oltre di essere ancora piacevole a trent’anni di distanza, è quello di essere davvero una “pietra miliare”. Tutti, in futuro, lo citeranno come IL disco degli Stones. Quelli meno onesti, invece, più semplicemente lo scopiazzeranno con alterni risultati.

(Articolo originale su Rockol.it)

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