Remain In Light Recensione

“La musica dei Talking Heads attinge ecletticamente a un ampia gamma di fonti visuali e acustiche per creare un’originale pastiche o un ibrido ‘stile della casa’ che viene utilizzato, fin dalla costituzione del gruppo alla metà degli anni ‘70, in modo deliberato per forzare le definizioni vigenti (industriali) di ciò che è rock/pop/video/arte/performance/pubblico. (…)Il lavoro di David Byrne implica un’elevata misura di riflessione più o meno esplicita sull’evanescenza dei livelli, categorie segni e identità che caratterizza il postmoderno. Peraltro, a differenza di chi che descrive il “postmoderno” a partire dal (fatalmente rimosso) punto di vista privilegiato della critica, Byrne appartiene allo spazio del postmoderno e indica al pubblico vie d’accesso che, pur non essendo agevoli sono nondimeno percorribili e -in ultima se non in prima istanza- godibili”.

Apriamo la recensione del classico della settimana con una citazione, tratta da un libro di Dick Hebdige (“La lambretta e il videoclip. Cose e consumi dell’immaginario contemporaneo”, EDT, Torino, 1991), perché ci sembra che riassuma bene i temi fondamentali dell’opera del gruppo, e anche di questo “Remain in light”. Hebdige, sociologo inglese noto soprattutto per il suo libro sulle “Sottoculture” musicali (recentemente ristampato da Costa & Nolan), ha scritto queste pagine a proposito del videoclip di “Road to nowhere”, brano tratto da “Little creatures”, uscito nel 1985, cinque anni dopo “Remain in light”. Le sue sono alcune tra le più belle pagine scritte sulla musica in ambito accademico. Hebdige spiega appunto come l’opera del gruppo sia l’incarnazione del cosiddetto “postmoderno”: un pastiche di citazioni e riferimenti provenienti da fonti diverse, riconoscibili eppure rielaborati in qualcosa di nuovo e godibilissimo.

Il discorso è valido anche per questo disco, che rimane l’apice della carriera dei Talking Heads come gruppo (non del solo Byrne, perché è impossibile dimenticare “My life in the bush of ghosts”, con Brian Eno). La musica nera e i ritmi etnici si fondono in groove unici, già sentiti eppure totalmente nuovi, come in “The great curve” o “Born under punches”. A questo “pastiche” si fonde un senso della melodia tutto occidentale, con quella voce quasi declamatoria accompagnata da cori e controcanti. E poi ci sono i testi: spiazzanti, una sorta di “taglia e incolla” al limite del nonsense, eppure completamentente sensati. Come il capolavoro di questo disco, quella “Once in a lifetime” che recita “E potreste trovarvi in un’altra parte del mondo/ e potreste trovarvi dietro il volante di una grande macchina/ e potreste trovarvi in una bella casa/ con una bella moglie/ e vi potreste chiedere: come diavolo sono finito qui?”. Poi attacca il ritornello, che melodicamente contrasta cantando “lasciando scorrerre i giorni”. Un capolavoro, che venne visualizzato in un clip forse meno elaborato di quello di “Road to nowhere”, ma altrettanto “postmoderno”.

Questo disco (piacevolissimo, lo ripetiamo, non fatevi ingannare dai paroloni accademici usati in questa recensione) è importante perché cristallizza la fusione di diversi stili in unico ibrido totale, che prevede un ruolo fondamentale anche per le immagini. La bellissima copertina, con le quattro facce del gruppo “cancellate” da chiazze di colore elettronico, la dice lunga.
Come nessun altro gruppo i Talking Heads hanno anticipato e rappresentato alcune tendenze della cultura contemporanea che vanno sotto il nome di “postmoderne”. Forse anche solo per questo motivo, questo disco è imprescindibile.

(Articolo originale su Rockol.it)

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