WANDERER Recensione

Si è presa il suo tempo, Chan Marshall. Negli ultimi sei anni, la cantautrice di Atlanta meglio conosciuta come Cat Power si è concessa di incastrare qualche tassello della vita senza particolare fretta, lanciandosi in sortite acustiche, nell’attivismo sui social network e nella spietata analisi delle contraddizioni di ciò che la circonda. Nel mentre, i conti con una nuova fase adulta, la nascita del figlio e una ritrovata sensibilità sui cambiamenti complicati della sua America, traendo da tutte queste esperienze nuova linfa per dare forma a moderne inquietudini, con quel suo tocco delicato e intimista.

Il risultato è “Wanderer”, un disco in cui Cat Power, pur restando fedelmente se stessa, ha compiuto anche un paio di piccole rivoluzioni. La prima, inevitabile, è stata quella di accasarsi con una nuova etichetta, la Domino di Arctic Monkeys, Anna Calvi e dei The Kills, dopo una vita trascorsa con quelli di Matador che le hanno storto un po’ il naso all’ascolto del master. “Volevano che suonasse come Adele” ha dichiarato la Marshall, scegliendo di andarsene altrove per dare ragione al suo album. La seconda, invece, è stata di offrire lo spazio necessario a tutte le imperfezioni della sua anima problematica, preferendo la pacatezza ai fragori del mondo. In un lavoro di chiaroscuri, ciò che emerge alla fine con limpida grazia è quella capacità rara di Cat nel cesellare atmosfere discrete con pochi strumenti e una voce che preferisce mantenersi su un registro dolce e carezzevole.

La sensazione è quella di un’artista finalmente rasserenata dalla piega degli eventi della propria esistenza, e che con disarmante candore, dipinge storie di vulnerabile umanità, sospese tra sicurezza e prudenza. Sono racconti di lotte, perdite e redenzioni racchiusi nello spazio di brevi pennellate acustiche, levigate da ritmiche cadenzate e dai richiami alla vecchia America rurale. Nelle corde della Marshall si muovono gli affanni del cuore, gioie e tormenti della tradizione folk-blues, ma non mancano neppure gli accenni alle questioni irrisolte della società statunitense. Ecco quindi con “In your face” il ritratto delle disavventure politiche e sociali nell’era Trump e in “Woman”, arricchita dal contributo ovattato di una diafana Lana Del Rey a dare maggiore enfasi a un indomito spirito di determinazione femminile in un brano che sa di migliaia di chilometri percorsi e di una inquietudine difficile da mandare giù.

Con un linguaggio lieve e diretto, ma profondo al tempo stesso, Cat si aggrappa con le unghie alla forza evocativa della sua voce, sostenuta sì dalla fida chitarra, ma anche dall’amore incondizionato del suo bambino, come la stessa copertina di questo “Wanderer” mette bene in mostra. Il suo è un universo di seducente minimalismo che mette insieme gospel e country, arpeggi e brevi incursioni di archi, umori latineggianti e passionali pronti a sfaldarsi in un attimo. È un sibilo, azzardato, di vocoder a increspare la malinconia avvolgente di “Horizon”, così come lo sconforto di “Nothing really matters” e i passaggi in spagnolo di “Me voy” rendono l’atmosfera ancora più accorata. Altrove è il blues antico a farsi largo, quello messo in risalto dalle spazzole di “You get” e nelle ruberie agrodolci del disonesto “Robbin Hood”. Ancora, in scaletta compare anche una personale versione di “Stay” presa in prestito dal canzoniere di Rihanna e rielaborata dopo una notte trascorsa a cantarla al karaoke.

Registrato tra Miami e Los Angeles con la collaborazione in regia di Rob Schnapf - già all’opera con i demoni terribili di Elliott Smith - “Wanderer” nella sua tranquilla semplicità apre un varco nuovo nel difficile bagaglio interiore di Cat Power. Si affacciano e si intrecciano le incertezze di una donna dall’indole un po’ traballante con quelle di un’artista che non ha bisogno di fare rumore per raccontare la propria ansiosa emotività. In questo sono programmatiche le tracce che aprono e chiudono il disco, “Wander” e “Wander/Exit”, due brevi bozzetti che con voce quasi sommessa chiedono risposte a un cuore sempre ramingo: “Oh wanderer, I've been wondering”. Perché in fondo per ricercare l’incanto bisogna continuare a farsi domande con cui perdersi e ritrovarsi.

(Articolo originale su Rockol.it)

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