Warm Recensione

Fa impressione a dirlo, ma questo è il primo album solista di Jeff Tweedy in 28 anni di carriera, da quando uscì "No depression", l'esordio degli Uncle Tupelo. Poi i Wilco, i Tweedy (la band con il figlio Spencer), l'anno scorso un album a suo nome, ma di riletture acustiche di canzoni della sua band.
Eppure Jeff Tweedy è una delle colonne portanti della musica americana degli ultimi decenni. Una sorta di leader silenzioso e riluttante, che non ama apparire, tiene a distanza tutto e tutti. Un po' per proteggere la sua musica, un po' per un carattere schivo e problematico - lo racconta molto bene in ‘Let’s Go (So We Can Get Back)’, l'autobiografia uscita in questi giorni. Tweedy è uno che di solito fa parlare la musica, e non si mette mai in prima fila, nei racconti. Fa altrettanta impressione, leggere in quelle pagine, i dettagli della sua storia di dipendenze da oppiacei, di cui spesso si è parlato, e di cui si è liberato; fa effetto leggere la sua dettagliata versione delle storie tese con Jay Farrar - l'altra metà degli Uncle Tupelo, che si dissolsero sul più bello, quando il loro "alt. country" era diventato un genere quasi di moda - e quelle con Jay Bennett (con cui realizzò il capolavoro dei Wilco "Yankee hotel foxtrot", salvo buttarlo fuori dal gruppo). 

E fa impressione che le prime parole di questo disco siano: "Per tutta la vita ho recitato una parte/nelle bombe cadute sopra alle persone amate/Mi sto prendendo un momento per scusarmi/Avrei dovuto fare di più per fermare la guerra/Quindi mi dispiace". 

"Warm" è il disco più intimo e diretto di tutta la carriera di Tweedy, e probabilmente anche uno dei più belli. Un disco di canzoni-canzoni, basate su chitarra acustica e voci, ma arrangiate con il tocco sonoro magico che spesso si sente nei Wilco: il click in sottofondo a "How Hard It Is For A Desert To Die", la lunga coda di "How Will I Find You?", basata su chitarre quasi dissonanti. Però qui - più che negli ultimi dischi dei Wilco - prevale sempre la forma canzone, come "I Know What It's Like", o "Don't forget"  che sembrano riportare ai primi tempi della band.

Leggevo una recensione, qualche giorno fa: la linea che divide Tweedy dai Wilco è sottile, diceva il recensore. No, è ben marcata: perché nella band c'è un lavoro di gruppo, un prendere le canzoni di Tweedy e rielaborarle fino a farle diventare altro - e si sente anche molto negli ultimi album, sicuramente da quando la band ha una formazione stabile, da "Sky blue sky" (2007). Qua si sente che c'è volutamente meno ricerca, più essenzialità: Tweedy aveva bisogno di raccontare queste storie da solo, senza aiuto e senza intereferenze.

Il risultato è un disco disarmante, nella sua essenzialità, ma mai banale. Un disco che lascia una sensazione di calore, quando la musica è finita: "I don’t believe in Heaven/I keep some heat inside/Like a red brick in the summer/ Warm when the sun has died".

(Articolo originale su Rockol.it)

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