Ad ogni buca Recensione

“Il mio mestiere è scrivere canzoni che non piacciono alla gente”, canta Caso – all’anagrafe Andrea Casali. Un understatement dal sapore sincero e facile a essere contraddetto, perché in realtà i pezzi di Caso sono tutt’altro che “canzoni che non piacciono alla gente”.

Magari non piaceranno a tutti-tutti-tutti, ok (e del resto a chi interessa far contenti tutti?). Ma il suo cantautorato che – proseguendo il discorso di “Cervino” (il disco precedente) – si svincola dalla forma chitarra/voce, per assumere una dimensione più rock, a tinte indie-alt anni Novanta (anche se, in più di un’occasione, porta alla memoria due giganti come Bob Mould e Grant Hart), è davvero notevole.

Mould e Hart, si diceva. E Mould e Hart vogliono anche dire Hüsker Dü, che vengono evocati in modo piuttosto chiaro nei momenti più esuberanti, tirati, in cui melodia, malinconia e una sorta di rabbia mutata in urgenza di comunicare la fanno da padrone. Inoltre, come del resto è sempre stato per Caso, anche questa volta i testi sono l’elemento cardine di tutta la costruzione. Anzi, sono i muri portanti di questi otto pezzi che evocano quadretti alla Carver.
Storie a volte senza inizio, a volte senza fine, a volte senza un vero e proprio sviluppo.
Fotogrammi random estrapolati da un filmino in Super8 ambientato nel quotidiano.
Scene trafugate, decontestualizzate, come uccellini rubati dal nido. Sospese.
Già, in effetti l’indefinita universalità delle parole di Caso è la sua forza, perché colgono i mille pensieri minuscoli, la nebulosa d’istanti di ogni giorno a cui prestiamo attenzione per un secondo, e poi li lasciamo scivolare via. L’effetto è quello di Polaroid leggermente ingiallite, trafugate da quel cassetto di ricordi che tutti custodiamo – magari pensando che sia un’esclusiva nostra, ma che in realtà condividiamo con tante, tantissime altre persone. Perché ogni vita è un discorso a sé, ma non troppo.

Insomma, la formula di Caso non è nulla di inedito, geniale o unico, ma funziona talmente bene che – alla faccia di chi ancora lo dipinge come una specie di Vasco Brondi/Le Luci Della Centrale Elettrica di serie B – regala decine di minuti di fresca nostalgia, magari un filino troppo emo (nell’accezione old school anni Novanta, niente a che vedere con Tokyo Hotel e compagnia carnevalesca), ma imbevuta di uno spirito punk, schietto e sincero, che fa abbassare la guardia e invita ad abbandonarsi all’ascolto senza troppi se e troppi ma.

Bravo Caso. E bravo il pool di etichette per cui esce il disco: To Lose La Track, Sonatine Produzioni e Wild Honey Records.

(Articolo originale su Rockol.it)

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