Different Times Recensione

Tempi diversi segnalano i Giardini di Mirò. Arrivato all’appuntamento dei suoi vent’anni di carriera, il gruppo emiliano prende in considerazione i cambiamenti di traiettorie, dinamiche e geografie di quest’epoca sfuggente con una nuova uscita, “Different Times”, primo album di inediti dall’ormai lontano 2012, e, in più, nel libro dallo stesso titolo racconta della sua lunga avventura artistica.

Molte cose sono effettivamente differenti rispetto al passato, ma quello dei Giardini di Mirò è (anche) una sorta di ritorno a casa, dopo anni impegnati in una lunga serie di progetti collaterali - Vessel, Nuccini!, Quattro Quartetti e Notturno Americano con Emidio Clementi, per citarne alcuni. Con un bagaglio di esperienze necessariamente amplificato, la formazione parte proprio dal suo trascorso per riprendere le fila di un sound ricco di riferimenti, oscillante tra psichedelia, post rock e una certa dose di elettronica.

Gli oltre otto minuti interamente strumentali di “Different times”, che vanno ad aprire il disco omonimo secondo una sequenza visionaria e sognante che sembra ripetersi senza fine, rimandano a una fittizia colonna sonora per immagini ancora da girare. Una volta in più, i GDM danno prova di quanto i loro intrecci melodici siano connessi al mondo del cinema, pur non essendo questo un lavoro pensato per la sincronizzazione. Non solo riverberi e folgorazioni estatiche però, perché alle atmosfere sospese si aggiunge una natura intimista e sensibile, espressa con disarmante candore nella romantica grazia di “Don’t lie” in un canto a due voci con Adele Nigro di Any Other. Ancora, con “Hold on” combinano dream pop e stati d’animo sospesi in un brano realizzato in collaborazione con Robin Proper-Sheppard (Sophia).

E poi, una sensazione di vulnerabilità trasmessa da echi shoegaze, stratificazioni complesse e pulsioni metalliche, dal racconto ombroso di “Failed to charts” all’incanto di “Landfall”. I Giardini di Mirò rimescolano le carte del proprio mazzo trasmettendo ora inquietudine e poi stasi, in una continua alternanza di umori. Tra sonorità rarefatte e arpeggi cristallini, è la ricerca degli opposti l’elemento che sembra essere più gradito del gruppo, giocando sullo scontro tra pieni e vuoti. Così come lo scatto in copertina, una periferia urbana qualunque, eppure moderna e distante: un campetto da calcio circondato dai grattacieli di una Cina sempre più capace di spostare gli equilibri mondiali. Sono tracce, queste, che trasmettono le tensioni del nostro tempo, con lo sguardo di chi è in grado di intercettare i cambiamenti senza creare barricate, ma, al contrario, preparato per raccogliere nuove prospettive.

Si cerca in “Different Times” il punto d’incontro con la forma canzone, facendo convergere le numerose esperienze raccolte in questi vent’anni in una quadratura che mette d’accordo Pink Floyd, Slowdive e Porcupine Tree, suite fluide e fascinazioni pop. Succede in un album in cui il collettivo - ora composto dagli storici Jukka Reverberi, Corrado Nuccini, Mirko Venturelli, Emanuele Reverberi, Luca di Mira e il più recente elemento Lorenzo Cattalani - ha trovato il suo punto di equilibrio tra suoni e impatto, viaggiando su un doppio binario di trame vocali avvolgenti e costruzioni armoniche eteree. Una formula alla fine niente affatto scontata per un genere che predilige larghe distensioni costruite su ciclici mantra. D’altronde, anche se le circostanze sono necessariamente diverse, quella dei Giardini di Mirò resta, nel nostro tempo, una singolare eccezione.

(Articolo originale su Rockol.it)

Torna

Tutto su Giardini di Mirò