Feral Roots Recensione

La morale, sporca e cattiva, è sempre quella, con tutti gli annessi e connessi del caso. Tostati al sole caldo della California, nel corso dei loro dieci anni di attività i Rival Sons hanno evocato a più riprese lo spirito indomito del rock di mezzo secolo fa, mostrando una grinta fatta di spinto citazionismo e di un’eleganza esemplare che mescola antichi sciamani e dandy di frontiera. Continuando così a guardare i propri segnali di fumo all’orizzonte, il nuovo “Feral Roots” mette ora in mostra un istinto selvaggio che il quartetto di Long Beach esalta tra acuti scatenati e riff taglienti.

I moderni sussulti emulativi della vecchia guardia passano dunque (anche) dai Rival Sons, meno giovani e chiacchierati della rivelazione Greta Van Fleet, ma sempre terribilmente abili nel portare in dote le atmosfere dei tempi che furono. Dopo aver aperto i concerti di addio dei Black Sabbath e quelli del tour nord americano dei Rolling Stones, la band, pur continuando a calcare senza sosta i palchi dei principali festival internazionali, ha trovato il tempo necessario per concentrarsi sul suo sesto lavoro in studio. Le undici tracce messe così a punto tra il Tennessee di Nashville e l’Alabama di Sheffield con il produttore David Cobb sono al solito ben piantate nel passato, facendo di “Feral Roots” - il primo pubblicato per una major, guarda caso la Atlantic, la stessa che ha avuto tra le sue fila i Led Zeppelin… - un disco suggestivo e carico di una certa mitologia agreste niente affatto originale, eppure capace di restituire la ricca fascinanzione folk, southern e roots dei paesaggi dai cui ha preso forma.

Le radici ferine che i quattro mostrano con orgoglio ricordano in buona parte quelle stesse già sperimentate da Page e soci nel loro terzo album. Il buen retiro al cottage di Bron-Y-Aur che fu principio e ispirazione di “Led Zeppelin III” sembra aver avuto una lunga eco nel disco dei Rival Sons, capace di mettere insieme le trame acustiche con i torbidi giri di blues, gli inni gospel e la drum machine. Così se l’attacco a mille di “Do your worst”, in apertura, mostra la parte più spaccona dei californiani con l'adrenalinico tormentone "Oh my baby" lanciato a ripetizione, si susseguono poi episodi sospesi in una natura arcana e psichedelica, richiamata a più riprese in “Back in the woods”, “Look away” e la stessa title track, ricca di fascinazioni occulte e di intrecci impetuosi. Ancora, in “Stood by me” è forte il richiamo agli anni torbidi degli Stones, mentre la ballata a metà di “All directions” e la trascinante cantilena di “Shooting star” ampliano un quadro di riferimenti e rievocazioni già alquanto variegato.

La band di Jay Buchanan e Scott Holiday, suggendo alla fonte dei grandi maestri - un po’ come suggerisce la copertina stessa - riesce quindi a fare di “Feral Roots” un lavoro sì di vecchia scuola, ma pure in grado di lasciare un proprio marchio distintivo, sanguigno e vibrante, di navigato hard rock, quello naturalmente celebrativo che i Rival Sons hanno inseguito con tenacia in tutta la loro carriera. Quando le rivoluzioni sono già state fatte non rimane che farne tesoro.

(Articolo originale su Rockol.it)

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