Good At Falling Recensione

Lei si chiama Amber Bain, ma ha scelto di farsi conoscere come The Japanese House. Prendendo spunto da una tenuta in Cornovaglia di proprietà dell’attrice Kate Winslet, arredata secondo lo stile tradizionale delle case da tè giapponesi, dove la Bain e la sua famiglia hanno più volte soggiornato, il nome della giovane musicista britannica è iniziato a circolare, intrigante e privo di informazioni, con un primo EP pubblicato nel 2015, “Pools To Bathe In”, al quale sono succedute altre tre uscite con cui ha fatto conoscere molto del suo mondo interiore e pochissimo di sé. Ora, dopo una lunga fase preparatoria, per la sfuggente artista del Buckinghamshire è arrivato l'atteso album d’esordio, dal titolo “Good At Falling”.

Celandosi dietro l’anonimato di genere, Amber si è raccontata nel profondo del proprio vissuto con una voce a tratti androgina, mettendo l’accento sulle sensazioni di vuoto che avverte intorno. Le sue sono storie reali che seguono il filo conduttore dei legami sentimentali, vissuti tra alti e bassi fino all’inevitabile triste epilogo della separazione. In una miscela di sintetizzatori, strumentazioni acustiche e incursioni di autotune, il suo pop meditativo e malinconico ondeggia tra gli echi della new romantic anni Ottanta e un’elettronica minimale, tanto da catturare l’attenzione di Matthew Healy e i suoi The 1975, che non solo l’hanno voluta per aprire i loro concerti, ma ne hanno anche curato tutti i lavori.

La protagonista di “Good At Falling” è proprio Amber Bain, che in queste tredici canzoni offre, alla fine, le circostanze di un moderno crepacuore. Per sfuggire al proprio abisso eccola quindi interrogarsi sulle cause di questo fallimento con uno sguardo dal sapore agrodolce e a tratti cinico, quando in “We talk all the time" canta con franchezza quella che è stata la sua intima quotidianità: "Non scopiamo mai, ma parliamo sempre, allora va bene" per poi ammettere, prima di tutto a se stessa: "Non penso che funzionerà”.

Il mondo e la musica di The Japanese House sono così dettati dall’inquietudine emotiva, ispirandosi tanto alle vulnerabilità di una ragazza che scopre, un tassello alla volta, la sua essenza e che non teme di uscire ancora una volta a pezzi dai suoi sbalzi d’amore, quanto dalla necessità di cristallizzare per sempre certe sensazioni, pur se negative. Un mix delicato di sconforto e serenità che, sostenuto dalle sequenze dei beat, diventa irresistibilmente avvolgente nelle atmosfere morbide di “Follow my girl” e “Lilo”. Anche nei momenti più umorali però la comparsa di una scintilla di gioia sembra sempre possibile, come in “Maybe you're the reason”, una canzone "appiccicosa" per ammessione della stessa Bain, dove si crogiola nell’indolenza cantando del proprio cruccio: “Penso che sto morendo / Perché questo non può essere vivere” e “L’apatia è un sentimento divertente”, concedendo ugualmente una possibilità alla redenzione grazie ai benefici effetti dell'amore romantico.

Attraverso le immagini di catastrofi private, quelle di una relazione che si dipana, Amber Bain ha fatto così del suo primo album un disco sulle rotture, denso dei sentimenti contrastanti di una certa sfiga affettiva e al tempo stesso di euforizzante vitalità in un misto di intimismo e leggerezza pop. Consapevole di trovarsi, un passo dopo l’altro, più vicina a una probabile felicità che al momento si mostra sempre inafferrabile, The Japanese House riesce a rendere ammaliante questo ambiguo senso di torpore esistenziale, come prima di lei Frou Frou, Robyn o Bon Iver (suo è anche il Fall Creek Studio dove il lavoro è stato realizzato insieme al produttore BJ Burton e George Daniel, batterista dei The 1975), senza badare troppo all’identità queer che richiama con disinvoltura, con la naturale incostanza dei vent’anni.

(Articolo originale su Rockol.it)

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