Vivi si muore 1999-2019 Recensione

Cose che troverete nella prima antologia degli Zen Circus, in ordine sparso: canzone italiana mescolata al vecchio rock underground americano, cinismo e compassione, qualunquisti e anarchici. Storie di provincia, ragazzi sottopagati, inni cantabili e incasinati. Avere pochi soldi in tasca e avere vent’anni. Canzoni rock scritte bene. Canzoni d’amore, canzoni sul tempo che passa, una canzone di Natale. Parole consolatrici e testi contro ogni consolazione. Musiche per ballare e musiche per farsi male. Due pezzi inediti, compreso “L’amore è una dittatura” sentito a Sanremo. Troverete, insomma, il lavoro degli Zen Circus, «pagati per immaginare qualcosa che non puoi fotografare».

Uno può chiedersi: a che serve un’antologia nel 2019, con Spotify e YouTube a disposizione? Poi uno pensa a Sanremo, a chi non conosceva gli Zen Circus, e capisce che forse “Vivi si muore 1999-2019” serve a introdurre nuovi ascoltatori al gruppo toscano. Raccoglie 19 canzoni che coprono vent’anni di storia. Il riassunto lo offre la band: «Nel 1999 dei ventenni della provincia "cronica" escono con un disco autoprodotto, figlio di un certo disagio sociale ed esistenziale, fatto di prove in macchina o per strada, con strumenti acustici improbabili e le mani gelate. Vent’anni e oltre mille concerti dopo, quegli stessi ragazzi si ritrovano fra le mani undici album e decine di migliaia di ragazzi come loro a fargli da esercito, un esercito fatto di fiducia, di condivisione, di verità, di gioia e dolore urlati in faccia per ricordarci che si muore – è certo – ma prima si vive».

Va detto che “Vivi si muore” – il titolo viene da “Viva”, la canzone che dice «il mio voto vale quanto quello di quest’imbecille e allora cosa me ne frega delle vostre 5 stelle» – non è una raccolta esaustiva e che tre quarti delle canzoni incluse sono state publicate negli ultimi dieci anni. Tutte sono state rimasterizzate. Il tono è spesso accorato e quasi struggente, si raccontano piccole storie di provincia, il dolore si confonde con le lacrime di gioia, per parafrasare un testo del gruppo. Echi della nostra canzone d’autore si mischiano all’influenza del rock americano underground degli anni ’80. Le cosiddette “reference” sono chiare, come i Pixies in “L’amorale” o i Violent Femmes in certi passaggi acustici talmente vivaci da sembrare elettrici, eppure gli Zen Circus sono riusciti a costruire un loro linguaggio, a far musica con l’impeto e la vitalità di cui oggi il rock ha un gran bisogno.

Gli inediti sono “La festa” e “L’amore è una dittatura”, entrambi dotati degli arrangiamenti orchestrali di Carlo Carcano, già al fianco del gruppo nell’album del 2018 “Il fuoco in una stanza”. La prima sembra un canzone di Lucio Dalla trasformata in filastrocca da Giovanni Lindo Ferretti e suonata dai Pixies – ok, messa così sembra una bestialità, ma ha senso – e ha il solo difetto di essere meno intensa di altre canzoni del disco. La seconda, pur essendo priva di ritornello e dotata di un testo che somiglia a un flusso di coscienza non facile da seguire, è una canzone d’amore. Anzi, è una canzone sul desiderio di essere amati, ma anche sulla condivisione. Se solo potessi ascoltare “Vivi si muore” con le orecchie di chi ha scoperto gli Zen Circus a Sanremo, mi verrebbe da esclamare: che rivelazione.

 

(Articolo originale su Rockol.it)

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