Smog Recensione

Sbaglia chi pensa che l'ondata del nuovo cantautorato romano, ora che Calcutta e Tommaso Paradiso hanno ormai riscritto le regole del "pop" italiano, sia (già) esaurita e che non ci sia null'altro da aggiungere rispetto a quanto hanno proposto negli ultimi quattro anni i vari Coez, Carl Brave x Franco126, Giulia Ananìa, Gazzelle, Motta, Viito, Galeffi e Ultimo, oltre ai già citati Calcutta e Tommy Paradise (senza dimenticare Niccolò Contessa, che della scena è stato la testa d'ariete). Negli ultimi tempi, mentre l'itpop conquistava i palasport, a Roma continuavano a nascere e a crescere cose interessanti. Giorgio Poi è una di queste. Il suo primo album, "Fa niente", uscito nel 2017 dopo l'esperienza con i Vadoinmessico (la band che aveva fondato a Londra, dove si era trasferito per studiare chitarra jazz nello stesso college in cui studiò George Martin, il produttore dei Beatles), è andato così e così. Ma ha contribuito a far circolare parecchio il nome del cantautore tra i seguaci della scena, ottenendo riscontri più che positivi. Ora arriva "Smog", che ha buone probabilità di continuare a far parlare (bene) di Giorgio.

Con "Smog", il cantautore di origini piemontesi torna finalmente a casa. Se "Fa niente" lo aveva scritto e registrato a Berlino, dove viveva in quel periodo, queste nove canzoni sono frutto del suo ritorno in Italia (ora sta a Bologna) e di tutto ciò che questo ritorno ha comportato. Il disco contiene appena otto brani (più uno strumentale) con i quali Giorgio Poi prova infatti a unire le sue influenze internazionali con suggestioni italiane.

Quelle di "Smog" sono canzoni classiche, all'italiana, con l'ordinaria struttura strofa-ritornello (basti ascoltare "Stella", "Vinavil" o "Maionese", alle quali basta un solo ascolto per catturarti) e uno stile che vede il cantautore mescolare in un unico grande calderone tanto Dalla, Ciampi, Paolo Conte, Battisti e Battiato quanto i Tame Impala, Mac De Marco e Connan Mockasin, elaborando uno stile tutto suo, molto riconoscibile.

Giorgio è uno a cui piace fare tutto da sé. "Smog" se l'è prodotto e suonato tutto da solo, mettendo a frutto le varie esperienze collezionate negli ultimi mesi. Ché tra "Fa niente" e questo nuovo lavoro non è certo rimasto a girarsi i pollici: ha suonato in "Evergreen" di Calcutta e in "Stanza singola" di Franco126, ha prodotto l'album d'esordio di Francesco De Leo, l'ex frontman dell'Officina della Camomilla, e ha pure aperto i concerti estivi dei Phoenix negli Stati Uniti (pare che Laurent Brancowitz, il chitarrista della band francese, sia un suo grande fan). 

Com'è che si dice? Non si apprezza mai quello che si ha finché non lo si perde, o una roba del genere. Quando Giorgio viveva a Roma passava intere giornate ad ascoltare dischi di band nordiche, sognando laghi ghiacciati e foreste secolari, disprezzando quasi totalmente la musica italiana. A Londra sperava di trovare nei grigi paesaggi londinesi l'ispirazione per scrivere un album tutto suo, ma nelle noiosissime giornate di pioggia londinesi le aspettative hanno subito lasciato il posto alla disillusione, spingendo Giorgio ad ascoltare su YouTube gli evergreen italiani per combattere la tristezza e la nostalgia di casa. Lo dice anche in "La musica italiana", il singolo in duetto Calcutta che ha anticipato l'album: "A me per esempio dalla stanza accanto le canzoni (italiane) sembrano meglio".
Non si apprezza mai quello che si ha finché non lo si perde, appunto: ma l'importante è ritrovarlo, e riuscire finalmente ad apprezzarlo.

(Articolo originale su Rockol.it)

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