Madame X Recensione

In un recente e magnifico servizio fotografico per il New York Times, Madonna si confronta con alcune immagini di sé stessa da giovane. In una si abbraccia con tenerezza, in un’altra s’avvolge in sé stessa come in una coperta, in una terza s’affaccia da un taglio praticato su un occhio. Il richiamo al passato fa parte della narrazione legata al nuovo album “Madame X”. La pop star ha spiegato che il titolo viene dal soprannome affibbiatole quando aveva 19 anni e già impersonava una moltitudine di personaggi. E nel descrivere lo spirito del disco ha evocato sia la noncuranza con la quale accoglieva le critiche a inizio carriera, sia la tendenza che aveva ad assorbire stili e influenze. Questo però non è un ritorno alle origini, nonostante le citazioni di “Vogue” e “Like a prayer”. Non lo è nei suoni, nella scrittura, nel canto, nei testi. È un disco sulla fluidità dell’identità, sua e nostra. È pop digitale e cosmopolita che pretende di avere il mondo come campo giochi e come palcoscenico, un’opera multiculturale dotata di un sottotesto politico da cui emergono anche inquietudine e solitudine.

Nel 2017 e per un paio d'anni, Madonna si è trasferita nei pressi di Lisbona per consentire al figlio David Banta di frequentare la scuola calcistica del Benfica. Lì è stata introdotta dal cantante Dino D’Santiago alla scena musicale locale che conta una varietà di stili e ascendenze. Madonna ha registrato alcune session casalinghe e le ha spedite a Mirwais, il produttore di “American life” e di parti di “Music” e “Confessions on a dance floor”. In quel microcosmo Madonna ha sperimentato un’idea di musica permeabile alle influenze provenienti da altri luoghi del mondo che un tempo avremmo considerato periferici e che oggi sempre più penetrano il mainstream – si veda il caso di Rosalía. “Ho trovato la mia tribù e un mondo magico di musicisti incredibili che hanno rafforzato la mia convinzione che la musica di tutto il mondo sia veramente connessa e che sia l’anima dell’universo”, ha detto la cantante. Per parafrasare una canzone dell’album, il futuro è un viaggio culturale.

Da quei frammenti musicali è nata l’idea di strutturare l’album come un percorso dove convergono suoni da Portogallo, Capo Verde, Brasile, India, Stati Uniti, Giamaica, Europa. C’è proprio l’idea del viaggio propiziato – così racconta la canzone che apre il disco, il singolo con Maluma “Medellín” – da una qualche sostanza magica. “Ho preso una pillola e ho fatto un sogno”, racconta la canzone. “Madame X” è quel sogno, un’esplorazione di fonti sonore da cannibalizzare, materiali melodici o ritmici da rielaborare in chiave pop. Ecco allora reggae, batuque, morna e fado strappati dall’immaginario di minoritari estimatori dei suoni del mondo e buttati sulla pista da ballo con electro e trap-pop, sintetizzati in un suono digitale cupo e sfacciato, abbinati alla voce della cantante che è molto spesso filtrata fino ad assumere le sfumature metalliche tipiche di Auto-Tune.

“Madame X” è uno di quei dischi in cui alla fine di ogni canzone ci si chiede: e ora dove andrà a parare? L’eclettismo è una virtù se è ben coltivato e riempito di senso, ma patchwork come “Dark ballet” e “God control”, per di più piazzati nella prima parte dell’album, subito dopo “Medellín” che non è certo un singolo forte, possono sconcertare al primo ascolto. Gli elementi che li compongono– si va dalla disco music anni ’70 a Cajkovskij – non sempre appaiono fusi in mondo coerente. In “Dark ballet”, i passaggi dalla sezione pianistica alla parte declamata con effetto vocoder al segmento finale recitato suonano come il tentativo di proporre una performance densa, serissima, significativa e spiazzante, ma il gusto è discutibile e le scelte sonore sembrano slegate dal significato della canzone. Da sempre il pop sposta i confini del ridicolo, ma la voce robotica che declama un testo su lotta e fede ispirato a Giovanna D’Arco suona come un’incoerenza senza senso. “Dark ballet” è un oggetto artistico kitsch.

Eppure “Dark ballet” sta ricevendo grandi elogi per l’audacia. Effettivamente, nel disco Madonna rivendica per sé una grande libertà, anche ad esempio di riempire i pezzi di “vuoti” anti-radiofonici. È che a volte non sembra fare buon uso di questa libertà. Non scorda però di rassicurare il pubblico e così, ad esempio, “I don’t search I find” trasfigura “Vogue” in chiave trance. E altrove piazza canzonette piccine che assecondano il gusto massificato. Ma è vero che “Madame X” suona come nessun altro disco della cantante. Affidandosi a trend e tecniche produttive contemporanee, Madonna e i suoi produttori, fra cui Mirwais, Mike Dean, Diplo, Billboard, Jeff Bhasker e Jason Evigan, riempiono il disco di atmosfere decisamente cupe che fanno il paio con alcuni testi dove la pop star confessa di sentirsi sola e perduta, in cerca di comprensione. I suoni trap-pop saltano fuori dal mix in modo vivido e, come spesso accade nei dischi pop di questi anni, “Madame X” lo si apprezza maggiormente ascoltandolo in cuffia.

Se riuscite ad andare oltre il travestimento con la benda da pirata con cristalli di Swarovski e l’abbigliamento da fantasy distopico, potete immaginare Madame X come una sorta di cospiratrice progressista che gira il globo mutando identità. Quella latina sembra predominante, nel bene (la cover di “Faz gostoso” della brasiliana Blaya, qui con Anitta, che ha una vitalità che altrove manca) e nel male (il pop francamente scemotto di “Bitch I’m loca”). Ma ci sono anche echi di musica africana, indiana, caraibica e un’ampia varietà di atmosfere, praticamente una per canzone. Questa sorta di nomadismo digitale s’abbina a testi che, procedendo per flash e slogan, raccontano il mondo da un punto di vista progressista ed evocano temi che vanno dal femminismo al controllo delle armi da fuoco. Al di là dei riferimenti all’America di Trump che si possono cercare nei testi, “Madame X” è a suo modo – ed è un modo molto sfumato e molto pop – un disco politico, l’affermazione di un’identità composita e cangiante in un’epoca di nazionalismi.

Attraverso l’affermazione della personalità e la formula magica che la stessa Madonna ha contribuito a creare nel pop, empowerment, “Madame X” lancia messaggi su uguaglianza e diritti e in questo è un album perfettamente coerente con la storia della cantante. E così, in “Killers who are partying” Madonna s’immedesima con le vittime del mondo usando un esercizio di retorica (“sarò povera se il povero è umiliato”, “sarò l’Islam se l’Islam è odiato” e così via) abbinato al pathos tipico della morna di Capo Verde, che è musica che canta la mancanza e la distanza con struggente malinconia. L’album si chiude con un estratto dal celebre “We call BS”, dove BS sta per bullshit, ovvero stronzate. È il discorso pronunciato da Emma González, l'attivista scampata alla strage del febbraio 2018 di Parkland, Florida. La canzone s’intitola “I rise” ed è una sorta di inno di chi “è morto mille volte ed è sopravvissuto”. È il lieto fine di un disco audace, ma non perfettamente riuscito, a tratti bizzarro, incoerente, caotico.

TRACKLIST
Medellín feat. Maluma
Dark Ballet
God Control
Future feat. Quavo
Batuka
Killers Who Are Partying
Crave feat. Swae Lee
Crazy
Come Alive
Extreme Occident
Faz Gostoso feat. Anitta
Bitch, I’m Loca feat. Maluma
I Don’t Search, I Find
Looking for Mercy
I Rise

(Articolo originale su Rockol.it)

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