We Are Not Your Kind Recensione

“No, non siamo come voi”: ci tengono a ribadirlo fin dal titolo gli Slipknot, che giungono alla loro sesta prova in studio dopo un lungo silenzio. In effetti mancavano dal mercato discografico con un album di inediti (escludiamo dal conteggio il live del 2017) da circa un lustro – ossia dall’uscita di quel catartico, anche se non troppo apprezzato, “.5: The Gray Chapter”, il primo passo creativo della band dopo la prematura scomparsa del bassista Paul Gray.

Anche “We Are Not Your Kind”, peraltro, segna un altro mutamento in seno alla formazione dello Iowa: il batterista Chris Fehn, proprio pochi mesi fa, ha abbandonato la nave dopo una brutta rottura – con coda di carta bollata e intervento di legali. E poi ci sono le maschere rinnovate, come a segnare un new deal, una sorta di nuovo corso. Che, fortunatamente per i fan, non è di carattere musicale.

Già, perché Corey Taylor & soci nonostante il passar del tempo e il numero di album che si accumulano, riescono a sganciare una bomba ad alto potenziale deflagrante. Insomma, niente ammorbidimenti, autocitazioni alla ricerca del tempo che fu e divagazioni non richieste: la band è una palla di rabbia, dolore e disagio che rimbalza sulle pareti dell’interno delle nostre scatole craniche, disegnando traiettorie schizoidi. E soprattutto, sorprendendoci anche un po’, gli Slipknot dimostrano di non avere perso la voglia di sparigliare le carte sul tavolo con un metal/groove metal ricco di inventiva, capace di rispettare e trascendere al contempo i confini di un genere.

Furia, alienazione, claustrofobia, odio a 360°, aggressività: questi ingredienti musicali, nella miglior tradizione griffata Slipknot, in “We Are Not Your Kind”, sono accostati a inserti melodici. Un dualismo che ha sempre caratterizzato la band, ma che ora è spinto verso una direzione ancora più estrema, in cui tutto è portato al limite.

Il limite, dunque, ossia il passo appena precedente il punto di non ritorno, sembra essere il mood del disco. Del resto questo lavoro, pur non essendo un concept, è tenuto insieme da una sottile – ma tagliente e dolorosissima – linea rossa: fotografa, infatti, un gruppo sull’orlo del precipizio, che ha sfiorato l’implosione e la fine, affrontando traversie personali e professionali enormi. Ma ce l’ha fatta.

Probabilmente se si cercasse un commento sonoro per delineare l’essenza dello spirito di sopravvivenza, questo disco sarebbe nella rosa dei primi cinque selezionati. E scusate se è poco.

(Articolo originale su Rockol.it)

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