Rubberband Recensione

Prima che Miles Davis registrasse “Tutu” come suo disco di debutto per la Warner Bros dopo un lungo periodo di collaborazione con la Columbia, tra la fine del 1985 e l'inizio del 1986 il trombettista lavorò a North Hollywood a un progetto pop-jazz-funky chiamato “Rubberband”. Mentre i co-produttori Randy Hall e Zane Giles erano soddisfatti del lavoro che stavano realizzando, il capo della Warner Jazz Tommy LiPuma era meno entusiasta. Alla fine il progetto fu interrotto e accantonato per concentrarsi sulle registrazioni di “Tutu” - il capolavoro realizzato con Marcus Miller - e così i nastri languirono per 30 anni.Quello che per anni è stato chiamato “il disco perduto” esce oggi completamente riadattato dai produttori originari insieme a Vince Wilburn Jr., nipote di Davis che aveva suonato le percussioni nelle sessioni originali, con massicci interventi produttivi per renderlo più contemporaneo.

Il risultato, diciamolo subito, funziona a metà.

Ovviamente si tratta del Miles Davis nel periodo di grande trasformazione, affascinato sempre più dal funk, dal pop e da Prince, quindi qua e là si sentono inequivocabilmente i colpi di genio e di ricerca del suono perfetto della tromba con la sordina. Proprio Prince avrebbe dovuto partecipare al disco e la sua ispirazione si sente nel punk funk “Give it up” - con quei synth tra pop anni 80 e prog che poi faranno la parte da leone in “Tutu” - e in “This is it” ispirato anche agli Scritti Politti (altra fissazione di Davis di quel periodo). Tuttavia la produzione molto presente e barocca tende a risultare un po' invadente e, tra l'altro, con un editing non sempre preciso specialmente sugli inserti di voce di Miles e su certi solo.

Al progetto originale sarebbero dovuti intervenire anche Chaka Khan e Al Jarreau qui sostituiti rispettivamente da Lalah Hathaway, Ledisi e dallo stesso Randy Hall. La title track è presente nella versione cantata più r'n'b anni '90 da Ledisi (“Rubberband of life”), sia in una versione più elettrica e nervosa in coda al disco con un assolo di Mike Stern alla chitarra, una delle cose più pregevoli di questo disco.

Se la ballata neo-soul cantata dalla brava figlia di Donny Hathaway “So emotional” è piacevole e contemporanea, lo stesso non si può dire nell'incursione verso i suoni più latini: “Carnival time” ha un bella progressione armonica ma è rovinata dalla produzione frenetica e confusa, mentre "I Love What We Make Together" è un brutto pezzo r&b con Randy Hall alla voce principale e Davis usato come elemento di colore.

“Rubberband”, la cui cover è un quadro del Davis pittore, è sicuramente un lavoro migliore dell'altro postumo “Doo-bop”, disco forzatissimo che conteneva anche interventi rap adulatori inutili e dannosi, ma si trova a un gradino inferiore al precedente “You're under arrest” (1984) principalmente per colpa di una produzione sovraccarica.  

(Articolo originale su Rockol.it)

Torna

Tutto su Miles Davis