My Name Is Michael Holbrook Recensione

Territori scivolosi, gli album della maturità. Quelli dove si fa pace con sé stessi, dove ci si ritrova, dove si chiude un capitolo della vita e della carriera per aprirne un altro, quelli dove "eccomi come sono veramente" e via inanellando luoghi comuni buoni per infiocchettare gli strilli sulle copertine dei giornali patinati. Il più delle volte dischi del genere si rivelano essere, nella migliore delle ipotesi, tirate lunghissime e parecchio noiose dove il solo appagato alla fine dell'ultima traccia è chi l'ha registrato, che ha legato i propri fan alla sedia posta a fianco del lettino sul quale si è sdraiato, per giunta senza pagarli. Altre volte, sono ancora più semplicemente dischi brutti e non all'altezza dei predecessori.

Il rischio che "My Name is Michael Holbrook" potesse risolversi in uno dei due casi sopra elencati c'era, ed era concreto: dai tempi di "Life in Cartoon Motion" in poi Mika si è progressivamente distaccato dalle melodie appiccicose e dai ritornelli killer per diventare via via sempre più posato, più completo - questo sì - come artista, ma anche più pensoso, più celebrale e meno spensierato. Il successore di "No Place in Heaven", invece, sorprende: l'album "gioioso anche se nato dalla tristezza", come lui stesso ce l'ha descritto, ha sì passaggi dove l'introspezione prende il sopravvento - si pensi a "Paloma", dedicata alla sorella sopravvissuta a un terribile incidente, o a "Tiny Love" - ma senza rinunciare all'irruenza di "Ice Cream" o alla spensieratezza di "Dear Jealousy".

Non che, ovviamente, un numero di bpm sufficientemente alto e la tonalità maggiore bastino, da soli, ad allontanare l'autoindulgenza. Anzi: la sorpresa migliore che "My Name is Michael Holbrook" riserva a chi l'ascolta è quella di riscoprire un Mika ancora capace di affilare le solite, vecchie armi del pop - ritmo e melodia - con la maturità di un autore che sulle spalle porta ormai il peso di quattro dischi. Certo, questo non è il migliore dei dischi che l'artista anglo-libanese avrebbe potuto scrivere o registrare: un po' più di sintesi avrebbe giovato, e non tutte le tredici canzoni in scaletta se la giocano alla pari. Ma il fatto che la voce di "We Are Golden" ritrovando sé stesso abbia ritrovato anche l'energia e l'urgenza degli esordi, dimostrandosi capace di piegarla all'esperienza e alla maturità di oggi, non può che fare piacere: fossero tutti così, i dischi della maturità...

(Articolo originale su Rockol.it)

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