Jimmy Lee Recensione

Molti collegheranno il nome di Raphael Saadiq a quello di un bravo cantante  specializzato in raffinate canzoni d'amore vintage soul e r&b. In realtà Saadiq è molto di più: è tra gli ideatori del new jack swing anni 90 con i Tony! Toni! Toné!, dell'urban soul vent'anni fa con i Lucy Pearl e poi autore e produttore per D'Angelo, Mick Jagger, Erykah Badu e ultimamente anche Solange. Una carriera premiata con 18 nomination ai Grammy di cui tre vinti. 
Tutta questo suo ricco ed eclettico curriculum si riversa in questo “Jimmy Lee”, suo quinto lavoro solista dopo otto anni in cui non solo riesce a spostare il paesaggio sonoro su un piano più contemporaneo, ma dimostra di essere un eccellente autore raccontando tragedie personali estendendolo nel drammatico  contesto odierno. 
Jimmy Lee è il nome del suo fratello, il maggiore dei quattro che ha perso a causa della tossicodipendenza, a cui questo disco è dedicato: una serie di riflessioni brutalmente oneste, talvolta impressionistiche, sulla dipendenza e sulla perdita, ma con quella positività sufficiente a smorzare dolore e cinismo. “Jimmy Lee” è un disco importante, al punto che molti critici oltreoceano lo hanno definito la versione del 21° secolo di dischi come 'Sign "O" The Times' and 'What's Going On' per la capacità di raccontare in musica i problemi e le ingiustizie del mondo reale, in particolare quelli che hanno un forte impatto sui neri in America.
Musicalmente questo lavoro è un viaggio nei tanti generi della black music: si va dalle atmosfere cinematiche dell'iniziale “Sinners Prayer” al blues hiphop tra ironia e orrore di “My walk”, dal disco funk di “So ready” all'elettro soul un po' storto di “I'm feeling love” (molto D'Angelo), dallo spiritual di “Belongs to God” all'oscura discesa agli inferi di “Glory to the Vains” fino al Prince psichedelico di “Something Keeps Calling”. Le canzoni del disco sono scanditi dai riconoscibili bassi di Larry Graham e Bootsy Collins insieme a musicisti della vecchia e nuova generazione. 
“This world is drunk” è probabilmente il brano più rappresentativo, lamento soul e ritratto del fratello e della società “His brain weighs at least a ton / His mind is so stressed out /Tryin' to be a king / When everyone around him / Sees the clown and / They're laughing at him” canta con la sua voce lieve. 
Con “Jimmy Lee” Saadiq raggiunge la sua piena maturità di produttore e autore, che quella di interprete era già pervenuta, mettendoci davanti a scene di dolore, offrendoci nuove vette emotive di soul moderno. 

(Articolo originale su Rockol.it)

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