Asap Recensione

di Francesca Aquilone

Nel 2013 usciva "Zeno", album d’esordio de I Quartieri, agli albori di quell’indie romano che avrebbe dettato legge negli anni successivi.  In questi sei anni il frontman del gruppo, Fabio Grande, ha collezionato una serie di esperienze come produttore (vedi Maria Antonietta, Colombre). Ora, il ritorno con "ASAP", il nuovo album anticipato dai singoli "Vivo di notte" e "Siri". I Quartieri scelgono volutamente un titolo ironico, riprendendo un motto della velocità quotidiana - il titolo è un acronimo e sta per l'espressione "as soon as possible", "il prima possibile" - da applicare ad un album arrivato a ben sei anni dal primo lavoro in studio.

Dopo aver partecipato alla colonna sonora della serie "Suburra" (nella prima stagione con "9002" e nella seconda con "Organo" e "Autostrada blu"), la band composta da Fabio Grande, Paolo Testa e Marco Santoro propone un album dal carattere scarno e diretto: brani più brevi rispetto a Zeno, che tendono ad avvolgere immediatamente l’ascoltatore in un mondo ovattato, quasi psichedelico. Tanto ride e una batteria che inciampa continuamente per creare una dimensione sovratemporale che richiama un certo britpop. 

Otto brani che disegnano un percorso in grado di cambiare scenario tra il giorno e la notte, tra la velocità del traffico e la calma ricercata nei riverberi persistenti, che avvicinano la band a una versione in salsa romana dei Radiohead - chiaramente con le dovute proporzioni. C’è il racconto capitolino che ricorda le ottobrate e i tramonti rossi tra Trastevere e Montesacro, ci sono le storie malinconiche chiuse tra tastiere e armonie complesse ma dall’ascolto semplice. Ed è proprio nella semplicità schietta dei testi che I Quartieri strizzano l’occhio al nuovo cantautorato romano, quello del giro “indie”, da Niccolò Contessa (con il quale condividono l’etichetta, 42 Records) a Calcutta passando per Paradiso. La loro “Nebulose” però, EP pubblicato in digitale nel 2010, ha anticipato i vari “Mainstream” e “Completamente Sold Out”, divenendo una tappa di raccordo tra la prima scuola romana e gli artisti dell’ultimo quinquennio.

La medusa sulla copertina ben racconta il movimento lento e aggraziato di un album frutto e figlio della contemporaneità.

(Articolo originale su Rockol.it)

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