Tutti amiamo senza fine Recensione

“Scrivo canzoni tristi perché quando sono felice esco”. La battuta di Bruno Lauzi, attribuita poi anche a Lugi Tenco, risponde solo in parte alla poetica dei Siberia, band livornese nata nel 2014. Il loro terzo album, “Tutti amiamo senza fine”, è un incontro fra due scuole della musica italiana: c’è il cantautorato di tradizione, fine e ricercato, con chiari rimandi alla penna di Tenco, ma anche l’itpop elettronico più contemporaneo, che ha echi anglosassoni. Il risultato è un cocktail di undici canzoni malinconiche per dandy senza tempo: alcuni pezzi si cantano a squarciagola, altri sono più intimi, ma sempre con ritornelli o frasi che non se ne vanno via dalla testa. Il disco si apre con “Tutti amiamo senza fine”, brano più minimale rispetto a buona parte del progetto, ma sicuramente uno dei più riusciti. Una cartolina sfuocata della ricerca di un amore che a tratti sembra inafferrabile: un tema che ricorre spesso nella poetica della band. “Ian Curtis” è uno dei singoli del gruppo, un pop su cui si appoggiano le frasi evocative di Eugenio Sournia, che vanta un timbro vocale di roccia, perfetto per graffiare il calore delle sonorità create da Cristiano Sbolci Tortoli al basso, Luca Pascual Mele alla batteria e Matteo D'Angelo alla chitarra. Il richiamo al frontman dei Joy Division e a un certo universo dark, fanno parte del percorso dei Siberia, anche se la canzone non ha a che vedere con l’artista di Stretford suicidatosi nel 1980.

“My love” e “Piangere” sono i classici brani da ballare e cantare “sulle coordinate del dolore”, per citare il gruppo. L’elettronica esorcizza testi in cui la vita lascia sempre un po’ di amaro in bocca. È quel sentimento di incompiutezza, il “male di vivere” di Eugenio Montale, a fare da colonna portante: il linguaggio non è alto o altezzoso, molte canzoni si decifrano da sole, il risultato è suggestivo anche nella semplicità. E gli inguaribili romantici ringraziano. L’alternanza fra ritmo e intimità continua con “Non riesco a respirare”, altro brano più minimale: anche qui le frasi come “stretti così ci può cullare il mare” rimangono addosso anche dopo l’ascolto. “La canzone dell’estate” è una delle sintesi perfette del mondo Siberia. A tratti l’album, sul fronte delle sonorità, può apparire un po’ ripetitivo: la vera forza del progetto è soprattutto nelle parole e nella costruzione dei testi, ben amalgamate con i suoni. La scrittura è calibrata fra profondità e semplicità, aspetto per nulla banale. I Siberia calano l’ascoltatore in un’atmosfera precisa, in un immaginario che è il vero marchio di fabbrica. Sono “i baci che hai rubato, la vita che hai sprecato”, quel pop dark che all’ascolto lascia sempre sensazioni agrodolci.

(Articolo originale su Rockol.it)

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