Lorenzo sulla luna Recensione

Cosa si ascoltava in Italia e nel mondo il 20 luglio del 1969, quando Neil Armstrong e Buzz Aldrin misero piede sulla Luna? Nelle classifiche del nostro paese canzoni come "Davanti agli occhi miei" dei New Trolls, "Acqua azzurra, acqua chiara" di Lucio Battisti e "Storia d'amore" di Celentano dovevano vedersela con retaggi dell'era pre-urlatori come "Lisa dagli occhi blu" di Mario Tessuto (che pure aveva un arrangiamento orchestrale piuttosto moderno per i tempi), "Pensando a te" di Al Bano e "L'altalena" di Orietta Berti, che sembravano avere la meglio. Nel Regno Unito, quella settimana, sul podio c'erano - nell'ordine - "Something in the air" dei Thunderclap Newman (dietro c’era Pete Townshend degli Who), "In the ghetto" di Elvis Presley (che nel frattempo conquistava la sua primissima copertina su Rolling Stone) e "Honky tonk women" dei Rolling Stones (che avevano da poco pianto Brian Jones, trovato morto all'inizio del mese sul fondo della piscina della sua villa, annegato in seguito a una overdose di eroina), mentre negli Stati Uniti Zager & Evans immaginavano come sarebbe stato il mondo cinquecentocinquantasei anni più tardi nella loro "In the year 2525", lasciandosi alle spalle "Spinning wheel" dei Blood, Sweat and Tears e "Good morning starshine" di Oliver (dalla colonna sonora di "Hair"). 
Cinquant'anni dopo, Jovanotti incide un disco di cover con cui rispolvera lo spirito libertario e freak di quell'estate - ad un'impresa fondamentale per la storia dell'umanità come l'allunaggio fece seguito un evento nodale per la comunità del rock come Woodstock - che chiuse idealmente un decennio tutto all'insegna del cambiamento e della rivoluzione. E lo fa per omaggiare proprio la Luna, attraverso canzoni dedicate al satellite.

Il cantautore ha scelto una serie di brani con la parola "luna" nel testo, scritti prima e dopo il 20 luglio 1969. Ha raggiunto Rick Rubin nel suo studio a Malibu, in California, lo stesso dove aveva registrato parte di "Oh, vita!" del 2017, e insieme al produttore sembra aver spogliato quelle canzoni dei loro arrangiamenti originali, vestendole con i suoni che andavano per la maggiore alla fine degli Anni '60 (se non in Italia, perlomeno oltremanica e oltreoceano). Diciamo "sembra" perché questa è la nostra interpretazione della curiosa operazione: a questo giro, infatti, Jovanotti ha preferito mantenere un profilo bassissimo, limitandosi solamente ad annunciare il disco sui social senza concedere interviste. Lasciando spazio alla musica e all'interpretazione di chi avrà voglia di ascoltarlo.

Le undici tracce contenute nel disco sono state registrate in sei giorni la scorsa primavera, prima del delirio del Jova Beach Party, e solo qualche mese dopo Jovanotti si è convinto a pubblicare l'album, la cui uscita non era programmata. L'omaggio del cantautore alla Luna si apre con "Notte di luna calante" di Domenico Modugno (1961), che qui diventa una sorta di serenata in chiave folk rock à la Simon & Garfunkel: il modo migliore per cominciare il viaggio nel tempo, che spazia dal rock on the road e le armonie vocali in stile Beach Boys - che però nel '69 erano ormai lontani dai numeri della hit "Good vibrations" e dovevano accontentarsi di quelli più modesti del singolo "Break away" - di "Luna" (cover della hit di Gianni Togni, 1980) a quelle più dylaniane del remake di "Luna di città di agosto" (pescata, insieme a "Chiaro di luna", dal repertorio dello stesso Jovanotti), "L'ultima luna" (Dalla, 1979) e "La luna piena" (Samuel, 2017). Ma c'è anche un po' d'Italia, con l'andamento melodico delle cover di "Una notte in Italia" (Fossati, 1986) e "La faccia della luna" (Tre Allegri Ragazzi Morti, 2010) in cui il modello di riferimento sembrano essere i dischi più intimisti ed acustici di De André e De Gregori - "Vol. 1" e l'album della pecora. E per un omaggio ai suoni sudamericani ("Accendi una luna", composta da Vinícius de Moraes e Toquinho e interpretata da Ornella Vanoni - con testo in italiano di Sergio Bardotti - nel loro album congiunto del '76) ce n'è anche uno alla tradizione napoletana ("Luna rossa", classico dei primi Anni '50 reinterpretato negli anni anche da Claudio Villa, Massimo Ranieri e Renzo Arbore). 

Il disco non poteva che chiudersi con un'altra serenata folk rock sulla falsariga dell'incipit, "Guarda che luna": t'immagini Jovanotti che la sussurra appena, con il naso all'insù e gli occhi fissi su quella palla bianca in quel biliardo di cielo. Mentre la testa viaggia già verso un altro universo, dopo il Jova Beach Party, l'Ep uscito prima dell'estate e questo nuovo progetto, come sa bene chi conosce Lorenzo. Instancabile esploratore di suoni, terre e ora anche satelliti. 

(Articolo originale su Rockol.it)

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