Remaster 2019 Recensione

Di Emiliano Raffo


Sembrano trascorsi secoli e invece erano solo gli anni ’80. Anni in cui Chris Rea, vecchio già allora, promotore di un soft rock svillaneggiato da qualsiasi agit-prop in odore di post-punk, vendeva dischi come fossero stati iphone ultimo modello. Corteggiava le casalinghe e fungeva da colonna sonora per le traversate autostradali dei commessi viaggiatori. Era quella, l’audience, ci hanno sempre fatto credere, no? Le casalinghe a cui non bastava Phil Collins e gli uomini che trascorrevano metà della loro vita su un duemila di cilindrata. Semplificazioni, ovvio; perché Chris Rea, mai all’avanguardia e mai accostato ai cantautori che contano, aveva da dire qualcosa. Spesso diceva questo qualcosa con voce roca e tono romantico. Altrettanto spesso disegnava le sue canzoni pop profumate di calibrato e contenuto blues-rock in funzione delle FM. Troppe licenze poco underground tutte insieme, vien da credere. E poi, suvvia, vendeva milioni di dischi, quindi era giusto liquidarlo con sei righe e un sorrisetto. O forse no, non era così giusto. Perché poi s’è scoperto che quel pop-rock sofisticato pieno di melodie conturbanti avrebbe fatto una fine peggiore dei più tutelati panda. Estinto. Perché poi si è anche scoperto che almeno due/tre suoi pezzi (la versione uscita per il mercato francese di “Josephine” in testa, rintracciabile sul secondo cd di “Dancing with strangers”) sono degli assoluti classici del Balearic sound. E che Chris Rea, da Middlesbrough, probabilmente il cantautore inglese più mediterraneo di sempre, è ancora oggi in grado di scintillare grazie a una manciata di necessari remasters.

Sul suono di questi remasters lascio agli audiofili il piacere di dibattere, poiché a queste orecchie mai abbastanza audiofile per definirsi tali, il tutto suona benone, non troppo compresso. Le cinque nuove edizioni dei cinque album in questione, rimasterizzazione a parte, da singole diventano doppie, e così a “Shamrock diaries” (1985), “On the beach” (1986), “Dancing with strangers” (1987), “The road to hell” (1989), e “Auberge” (1991) è finalmente concesso quel trattamento lussuoso (extra-lusso no, il packaging è quello che è: jewel-case e libretti ben curati ma scritti in piccolo, nulla più) che la discografia ha ormai concesso quasi a chiunque (un box di singoli di Mel & Kim? Sì, esiste. E non costa poco). 

Sei-sette anni di carriera intensissimi, in cui Chris Rea è passato dal buon successo di “On the beach” (un glorioso manifesto yacht-rock, più che un semplice album) al successo oceanico della strada per l’inferno. Sei-sette anni in cui ha “fermato” il suo suono nel subconscio popolare dell’epoca grazie appunto a “On the beach” per poi, cautamente, riappropriarsi delle sue atmosfere del cuore (il blues, orchestrato e non) con “Auberge”, album in cui Rea ha provato a bissare il trionfo di “The road to hell”, ma con tratto più privato e intimista. Gli andò (quasi) bene, tuttavia solo un anno più tardi (“God’s great banana skin” è del 1992) il contesto era cambiato e per lui le charts sarebbero diventate il bar delle grandi occasioni, non più quello delle quotidiane colazioni. Per questo, i cinque dischi da poco usciti per Rhino, sono preziosi. Perché sintetizzano Chris Rea. Quello tinto di wave di “Shamrock diaries”, in cui svetta quella “Loving you again” che Carlo Verdone incastonò nella dolente notte umbra in “Io e mia sorella”. Quello balearico, pacificato, di “On the beach”, album che schiuma salsedine e soleggiato relax a ogni melodia, evocando malinconiche o trionfanti riviere che solo un inglese nato in una città color piombo può anelare con così estremo trasporto. Quello di “Road to hell”, clinico nel mettere nero su bianco, meglio del Clapton di quelle stesse stagioni, un pop-rock ispirato e striato di blues. Infine, quello di “Auberge”. In copertina, all’interno del paesaggio quasi impressionista dipinto da Alan Fearnley, la Caterham Super Seven di Chris Rea è lanciata lungo una strada di campagna, forse francese, al tramonto. Auto sfreccianti in un’estate calante. C’è tutto Chris Rea, in “Auberge”, comprese almeno quattro perle che, ancora una volta, cristallizzano il suo modo trasognato di intendere la canzone: “Gone fishing”, “Heaven”, “Looking for the summer”, “The mention of your name”. Un poker di brani riflessivi che sembrerebbero stati cuciti con la stessa stoffa dell’epica “Tell me there’s a heaven” di “The road to hell”. 

In ognuna di queste cinque edizioni, tante perle nascoste nei “secondi dischi”, tutt’altro che superflui, anzi utilissimi nel rivelare un Chris Rea lievemente remixato, live oppure, e forse la vera rivelazione è questa, più libero di divagare, deviare, sperimentare (“Sunrise”, “1975”, “Look out for me”, “Se sequi”, ma l’elenco è lunghetto).
A distanza di tutti questi anni, con il pop contemporaneo sempre meno interessato a specchiarsi nella propria storia, è forse ora di rispolverare questo intimismo onirico, colmo di speranze, a tratti doloroso, spesso nostalgico. Per anni Chris Rea è stato considerato una presenza scontata. Ora che è uscito dalle classifiche e la salute non lo sostiene, questo mazzo di album è una testimonianza forte di come i linguaggi pop, quando sono vincenti e onnipresenti vengano liquidati con eccessiva fretta. Solo dopo la loro decadenza, si è forse liberi di ri-comprenderli in modo libero. E forse desiderare che qualcuno li parli ancora così bene.
 

“Shamrock diaries”, 3.5/5
“On the beach”, 4.5/5
“Dancing with strangers”, 3.5/5
“The road to hell”, 4/5
“Auberge”, 4.5/5

(Articolo originale su Rockol.it)

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