Remixes and rarities Recensione

Da noi forse non hanno esattamente uno status leggendario, ma gli Hot Chocolate sono senza dubbio uno dei pezzi da novanta della scena disco-funk dei due decenni Settanta e Ottanta del secolo scorso. Del resto anche in Italia la loro “You Sexy Thing” fu un successone tutto da ballare – o, se preferite, un tormentone proposto e riproposto in tutte le salse.

La forza del gruppo (nato nel 1968 e con debutto ufficiale nientemeno che per la Apple Records, che pubblicò una loro cover di “Give peace a chance” in versione reggae) è proprio, a ben vedere, la capacità di scovare quella manciata di battute in cui tutto è al posto giusto e che finiscono per inchiodartisi alla corteccia cerebrale… non per nulla sono l’unica band ad avere sfornato almeno una hit all’anno, nella loro madrepatria inglese, nel periodo compreso fra il 1970 e il 1984. E la cosa buffa è che anche i rockettari li conoscono, magari involontariamente e solo per qualche brano, ma li conoscono: hanno eseguito loro cover, infatti, artisti del calibro di PJ Harvey, Urge Overkill (con una versione da urlo di “Emma”) e i gotici – di Leeds – Sisters Of Mercy.

Ma veniamo a “Remixes and rarities” che, come il titolo dichiara palesemente, è una sorta di megaraccoltona dedicata a versioni remixate e pezzi meno comuni, il tutto radunato in ben tre CD con tanto di libretto da 16 pagine con commenti e liner notes. Di sicuro non è il modo migliore per entrare nel mondo degli Hot Chocolate – vi dico solo che ci sono sette remix di “You sexy thing”, tre di “So you win again”, quattro di “Every 1’s a winner”e via di questo passo – ma piuttosto questo box è pensato per parlare a chi già è iniziato al culto e, magari, cerca qualcosa di particolare che lo porti fuori dai consueti binari.

In ogni caso, ancora una volta Cherry Red – col suo sottomarchio Cherry Pop – dimostra di essere un’ottima label per chi ha a cuore il recupero della musica made in England in tutte le sue forme, dal punk alla psichedelia, passando per il pop, la dance, il glam e il rock più duro.

(Articolo originale su Rockol.it)

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