Random Desire Recensione

In giro da oltre trent’anni, Greg Dulli rappresenta la singolare anomalia di un musicista che ha sempre e solo seguito le sue inclinazioni, anche se talvolta divergenti. Uno spirito libero e mai rasserenato che continua a fare la spola tra quei fantasmi che riesce a evocare con evidente facilità. La decisione di uscire allo scoperto con un album a proprio nome, per la prima volta senza celarsi dietro band e progetti paralleli, offre all’artista di Cincinnati di cambiare ancora una volte le sue prospettive, rimettendosi in gioco in modo del tutto differente dal solito.

Invero “Random Desire” non si discosta molto dalla classica atipicità dei gruppi con i quali Dulli ha processato le sue tensioni - Afghan Whigs ovviamente, ma anche Twilight Singers e Gutter Twins - se non in una differente attitudine compositiva dello stesso autore, qui artefice unico degli slanci emotivi e passionali che si intrecciano nelle tracce del disco. Un’idea arrivata subito dopo la realizzazione dell’ultimo lavoro degli Afghan Whigs, “In Spades”, del 2017. La circostanze avevano portato la formazione a prendersi del tempo, con il batterista Patrick Keeler coinvolto nelle registrazioni con i The Raconteurs di Jack White, il bassista John Curley intenzionato a riprendere gli studi e, in ultimo, la tragica scomparsa del chitarrista Dave Rosser, spingendo il cantante a rivedere le sue graffianti certezze.

Registrato e composto quasi completamente in autonomia, eccetto per la presenza di collaboratori più che fidati come Jon Skibic, chitarrista in forze ai Whigs, e Mathias Schneeberger, già in organico dei Twilight Singers. Questa atipica caratterizzazione ha portato a nuove amare confessioni che chiamano in causa il desert-rock, il soul e l’elaborazione del dolore dell’ultimo Nick Cave. Senza però mai stravolgere quella viscerale alchimia, satura di progressioni tra pieni e vuoti, di sempre. 

Nella sua consueta intensità interpretativa, Dulli racconta di vecchi e nuovi esorcismi dell’anima, cogliendo quelle sfumature di nero di un’esistenza sempre in bilico tra luci e ombre. Con “Pantomima” si apre così l’elettricità sporca e morbosa di “Random Desire”, un’enfatica suggestione di tensioni e languori sostenuti da una voce calda e carica di naturale melodrammaticità. Immerso in un’atmosfera notturna, divisa tra chitarre e pianoforte, il disco diffonde le vibrazioni voodoo di New Orleans in brani come “Sempre” e “The tide”, così come nella romantica ansia di “A ghost” e nei beat cadenzati di “Lockless”. Si respira tensione, ma anche languore e un’inevitabile senso di solitudine, espresso con forza nei ritmi mariachi della stessa “Random desire” o in “Marry me”, dolente ballata sull’incapacità di trovare le parole al momento opportuno.

È un esame profondamente intimo quello di “Random Desire”, una disarmante ammissione di benevolenza verso i propri demoni, passando in rassegna in un’irrisolta autoanalisi sentimenti di rabbia, delusione, impedimento, rimpianto e rivalsa con lo sguardo metodico tipico di un cineasta. Per mettere insieme le sue storie inquiete, Dulli ha impiegato tutto il tempo necessario per dar loro la forma migliore, immergendosi sempre più a fondo tra le atmosfere palpitanti di Prince e le rasoiate feroci di Todd Rundgren. Per questo stavolta non ha avuto bisogno di ulteriori presenze attorno a sé, se non quella dei tanti spettri che lo attraversano.

(Articolo originale su Rockol.it)

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