The Slow Rush Recensione

Una persona sola con un sacco di sabbia in giro per casa, verrebbe da pensare. E per uno come Kevin Parker la solitudine è uno stato con cui confrontarsi quotidianamente. L’uomo dietro i Tame Impala ha impiegato cinque anni per dare un seguito al grande exploit di “Currents” con una lunga riflessione sul tempo che fugge, prendendosene quanto ne riteneva indispensabile per i suoi propositi.

Dopo il singolo pubblicato quasi un anno fa, “Patience”, con il quale il musicista di Perth sembrava invitare a una paziente attesa, l’interesse per quanto stava realizzando nel segreto della sua abitazione-studio ne ha accompagnato ogni mossa, tra indiscrezioni e speranze. Nella sua bolla personale, Parker ha trasformato quelle sensazioni agrodolci che sentiva così trascinanti nel tema principale del nuovo “The Slow Rush”, rendiconto di un’esistenza introversa ma non per questo esente dal confronto con i propri fantasmi. Del resto è proprio l’idea della vita che passa rapidamente davanti ai nostri occhi al centro delle dodici tracce che compongono il quarto album della one man band australiana.

La lettura del classico di Gabriel García Márquez “Cent’Anni Di Solitudine” ha permesso di mettere a fuoco tutti quei conflitti interiori che hanno scosso Kevin negli ultimi anni, lasciando sedimentare a fondo un’immersione creativa lontana ad arrivare. Da qui la necessità di lavorare a ritmi rilassati, calandosi davvero nello spirito giusto solo verso la fine del 2018, in completo distacco dal mondo esterno, al solito aiutato da qualche buon sostegno psicotropo, beni di consumo ai quali il talentuoso artista non ha mai fatto mistero di ricorrere per ottimizzare le proprie prestazioni. L’equilibrio estatico di soul, elettronica e disco fa di questo “The Slow Rush” la traballante foschia tipica dei postumi del giorno dopo, quando tutto e tutti sono in discussione. Una sensazione di fragile sicurezza riassunta in apertura dall’intima ammissione di "One more year”, dove, tra battiti programmati e una ritmica decisa, si apre un prodigioso cassetto della memoria, portatore di flashback intensi come il vento dei ricordi che soffia tra i capelli dei protagonisti di una soap. Si medita a voce alta sulla connessione con quei luoghi che sono custodi di una nostalgia ancora latente: “Ricordi che eravamo qui un anno fa / Le nostre menti correvano e il tempo è andato lento / Se c'erano problemi al mondo che non sapevamo / Se ci siamo mai preoccupati non l’abbiamo mostrato”.

Svetta la voglia di ricreare un suono pastoso e avvolgente, capace di strizzare l’occhio a modelli del passato, in particolare al big beat e alle dinamiche sincopate di certa disco anni Settanta, con un approccio asciutto e minimale, allegramente sintonizzato alla contemporaneità. Non è psichedelia nel senso stretto del termine e non è nemmeno semplice esigenza di revival, “The Slow Rush” è un viaggio nell’immaginario musicale ed estetico dei Tame Impala, che, come già dimostrato, si rivela strabordante di riferimenti, capace di saltare in una manciata di battute dal volutamente kitsch alla delicata introspezione. C’è un rapporto irrisolto con un’indole misantropa, eppure in grado di valutare con attenzione gli effetti collaterali. In “Posthumous forgiveness”, si apre una resa dei conti con il padre, ormai defunto, con il quale ha sempre avuto un rapporto complicato, ma anche una considerazione catartica su quanto il ragazzo sia riuscito a realizzare con il proprio lavoro, quasi a volere un segno di approvazione: “Voglio dirti di quella volta in cui ero ad Abbey Road / O con Mick Jagger al telefono”.

Dolore e rimpianto, ma anche la ricerca di uno stato riflessivo interiore accompagna le trame intricate di Parker, dalla mancanza sentimentale del groove pulsante di “Lost in yesterday”, al tema del passato e del futuro che si incrociano in “Tomorrow’s dust”. Attraverso un richiamo quasi celestiale, la voce, spesso filtrata, tende volentieri al falsetto, allentando di misura le maglie della realtà per trasmettere a colpi di delay, tremolo e singhiozzi scenari fascinosamente leggeri e nondimeno sovraccarichi di avvincente tensione.

Si passa in breve dagli ammiccamenti rivolti a Air, Pink Floyd e Fleetwood Mac a una ricostruzione in proprio del french touch dei Daft Punk, con le tracce libere di espandersi attraverso le aperture progressive delle code strumentali che infondono all’album un senso di onirica sospensione. Irrisolto tra momenti di lucida distensione e di dubbi esistenziali, l’elegiaca “On track” e le incertezze di “Borderline” (“Quasi uno spettacolo per un solitario a Los Angeles / Chiedendomi come sono riuscito a finire in questo posto”, canta spaesato nel brano), l’album offre la sua resa incondizionata all’inevitabilità degli eventi, lasciando però aperte le porte alla meraviglia di “Instant destiny”, alla paura di perdere quanto di più prezioso con la frenetica costruzione di “It might be time”, alla patina disco-lounge di “Breathe deeper”. Infine, come a chiedere una volta esaurito quello a disposizione ancora del tempo al tempo, “One more hour”, apre in ultimo una falla elettrica nel flusso di coscienza oscillante tra accettazione e rinnovamento.

Non ci tiene affatto, Kevin, alle etichette, la sua traiettoria artistica è soprattutto sublimazione delle proprie insicurezze, ma è altrettanto evidente che dopo la rivoluzione innescata con il precedente “Currents” gli orizzonti del musicista si sono notevolmente estesi, anche in termini geografici. Il suo spaziare tra gli stili, quegli stessi che per ibridazione lui stesso aveva iniziato a combinare insieme, ha permesso a una già importante lista di collaborazioni di allungarsi. E di molto anche, finendo per diventare un produttore di primo piano adorato dai pesi massimi di hip-hop e R&B come dal gotha del pop internazionale. Da Kanye West a Lady Gaga, Rihanna, Mark Ronson, ZHU e Travis Scott, direttamente da un’isolata cameretta di Cottesloe al bel mezzo della scena musicale di Los Angeles.

Con questo lavoro appare ancora più evidente l’intenzione di allontanarsi da un canone definito per inseguire una ideale forma melodica eterea che si muove fluida dalle parti del pop, quello che lo stesso Kevin Parker considera “lo yin e lo yang della musica psichedelica”. Canzoni ammalianti e insieme zuccherine, proprio quelle di “The Slow Rush”.

(Articolo originale su Rockol.it)

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