græ: Part 1 Recensione

L'arrivo nel novembre del 2017 di Aromanticism, esordio discografico di Moses Sumney, fu un evento folgorante e deflagrante per qualità di interpretazione, un mix di avanguardia e soul, fluidità e profondità. La sensazione venne confermata da un convincente esibizione live milanese a Linecheck Festival e, successivamente, da una serie di buone collaborazioni e singoli.
C'era quindi grande aspettativa per il secondo disco che Sumney ha affrontato con calma e rigore e con una scelta inusuale. Il disco “græ” sarà un doppio album e sarà disponibile in tutti i formati il 15 maggio, tuttavia essendo un disco importante per quantità e qualità di suoni, orchestrazioni e messaggi, ha deciso di anticipare una prima parte, che è uscita lo scorso weekend solo in formato digitale nelle principali piattaforme. Idea che ci sentiamo di approvare per poter apprezzare con i tempi giusti  
“Græ” è stato composto dall'artista ghanese-californiano in solitario nella sua casa nel North Carolina per poi registrarlo in giro tra Londra, New York e Los Angeles con importanti collaborazioni non accreditate come James Blake e Rob Moose, arrangiatore dei Bon Iver. 
Ma veniamo al disco, che conferma la stato di grazia di questo artista. Pochi giorni fa Pitchfork ha dedicato una lunga cover story a Sumney che oggi sarebbe “pronto a pretendere i riflettori”; tuttavia questa prima parte di “Græ” non ha niente a che fare né con il mainstream né con suoni radio-streaming friendly. Si tratta infatti di un disco ricco, sperimentale e rigoroso, a volte spigoloso altre ancora morbido e suadente.  La musica di Sumney non è semplice, ma è estremamente attraente, fragile, delicata e dall'impronta personale.

Difficile anche individuare un genere musicale unitario: Sumney passa con maestria dalle orchestrazioni jazzy (“Colouour”) all'art rock  (Virile”) dal pop acustico da camera (“Polly”) alle cose più sperimentali-elettroncihe che ricordano Bjork (“In bloom” “Conveyor”). Tutti questi generi sono sovrastati da una forte impronta soul data dalla versatile e virtuosistica voce di Sumney che passa dal falsetto indie-soul à la Frank Ocean al timbro psichedelico più vicino a Thom Yorke (“Conveyor”), da quello preciso e corposo di “Neither/Non” a quello effettato di “Gagarin”  mai banale e scontato. Le prime due canzoni “Cut me” e “In bloom” fanno subito immergere l'ascoltatore, anche quello più distratto, in un mondo sonoro estremamente coinvolgente e magnificamente arrangiato con arpe, synth, potenti linee ritmiche, fiati e archi, che forse solo il miglior Prince riusciva a fare. 
I testi non sono da meno: come già nel precedente “Aromanticism”, Moses gioca con i generi fluidi (“Virile”), sul suo diritto ad essere molteplice (più che evidente in “also also also and and and”) e sulla razza (nella traccia  parlata “Boxes” in cui dice “Credo davvero che le persone che ti definiscono ti controllano. E la cosa più significativa che chiunque può fare, ma soprattutto donne e uomini di colore, è pensare a chi ha dato loro quelle definizioni e riscrivere tali definizioni per se stessi”).
Un disco complesso e decisamente massimalista che ad ogni ascolto come un prisma svela nuovi angoli e nuovi colori. Ci risentiamo dopo il 15 maggio per ascoltare l'opera (in questo caso si può usare questo termine altisonante) completa. 

(Articolo originale su Rockol.it)

Torna

Tutto su Moses Sumney