Perdida Recensione

Proprio cosi: gli Stone Temple Pilots ritornano con un disco intermanete acustico. "Perdida" parla di amore e sentimenti e segna uno spartiacque con quel rock duro e crudo degli esordi tanto caro alla band. 

Sono ormai lontani i tempi delle distorsioni, dei ritmi serrati e degli eccessi in tour. Superati abbondantemente i 50 anni di età - ad eccezione del nuovo cantante Jeff Gutt, classe 1976 - i fratelli Robert e Dean DeLeo e il batterista Eric Kretz hanno dovuto superare numerosi ostacoli nel corso della loro carriera: dalle dipendenze ai dissidi interni alla band, tra abbandoni e reunion, fino alla triste morte del leader storico Scott Weiland, passato a miglior vita nel 2015 dopo una fase travagliata del suo percorso artistico e, successivamente, del suo sostituto Chester Bennington - meglio conosciuto come il cantante dei Linkin Park - anch'egli scomparso nel 2017.

Dopo alti e bassi, nel 2018 la band ricompone la propria architettura musicale - chitarra, basso, batteria e voce - con l'ingresso del cantante Jeff Gutt, di fama minore dei suoi precedenti ma dalle buone corde vocali, che si mostra subito disponibile a lavorare per la pubblicazione di un nuovo disco che segna il ritorno sulle scene con l'omonimo "Stone Temple Pilots" che riscuote un discreto successo. Era il 2018. L'omonimo album mantiene quella caratura rock che ha contraddistinto le origini. Questa volta però a dettare i giochi non c'è più il vecchio Scott ma il nuovo frontman Jeff Gutt che, se da un lato ha l'onore di sostituira una leggenda tanto ingombrante come quella del leader storico della band, dall'altro lato dovrà cercare una via tutta personale per poter emergere all'interno del gruppo senza dover essere ricordato come quello che ha sostituito Weiland. Tale percorso continua la sua strada anche in questo ultimo lavoro "Perdida", da poco pubblicato e commercializzato che si discosta molto dai precedenti lavori della band.

Il taglio musicale dell'intero disco - 10 brani dai tratti acustici con innesti di fiati e violini stile anni '70 - ricorda molto lo storico unplugged del 1993 che la band tenne proprio in occasione della pubblicazione del disco d'esordio "Core". La somiglianza però riguarda soltanto l'utilizzo del set acustico; per il resto è tutta un'altra storia. Non ci sono richiami stilistici con il passato ma solo un susseguirsi di ballad che fanno leva sulle buone doti vocali di Gutt che a tratti ricorda troppo il modo di cantare di Weiland. Tuttavia non c'è molto da dire.

Il brano di apertura "Fare Thee Well" non è proprio il massimo delle aspettative: suona come una colonna sonora di un film strappalacrime, troppo piatto nel suo insieme con un testo semplice e privo di emozioni vere. Si salva soltanto la scelta di una chitarra slide nella parte centrale del pezzo che da quei pochi secondi di respiro all'ascoltatore. Stessa copione per il brano "Perdida": un melodramma musicale enfatizzato dall'utilizzo di chitarre classiche che scandiscono lentamente degli accordi spagnoleggianti sopra un testo ancora troppo semplice nel suo linguaggio. "Three Wishes" e "I Didn't Know the Time" sono invece i pezzi più piacevoli del disco, con delle sezioni ritmiche ben costruite che si adagiano sulle armonie vocali di Gutt che sembra prendere pian piano possesso del proprio ruolo. C'è spazio anche per una melodia tutta strumentale sul finale del disco "I Once Sat at Your Table": peccato averla posizionata nella fase conclusiva. La chiusa spetta a "Sunburst", la traccia più lunga dell'album che si discosta dalle precedenti melodie acustiche, con l'utilizzo di chitarre leggermente effettate ed una batteria più travolgente e ritmata.

Sarà dura replicare le celebri "Plush", "Vasoline", "Creep" e "Interstate Love Song". Senza dubbio è da riconoscere il coraggio con cui la band ha saputo ritrovare quello spirito di gruppo per rimettersi in gioco a 50 anni suonati e continuare a fare musica. La nuova via intrapresa dovrà fronteggiare il mondo variopinto dei fan della prima ora che si divideranno tra i più ortodossi, critici con "Perdida" per non essere all'altezza con quanto fatto in passato e chi, invece, accetterà tale cambiamento senza dover obbligatoriamente perdersi con discorsi e paragoni con le origini. Per ora, aimè, i primi hanno avuto la meglio.

(Articolo originale su Rockol.it)

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