3.15.20 Recensione

“3.15.20” non è affatto un disco semplice e immediato. Se è vero che nelle dodici tracce del quarto lavoro di Childish Gambino (moniker dell'attore-autore-regista Donald Grover) ci sono melodie lineari e solide costruzioni soul-r&b, le soluzioni di produzione sono ostiche e gli effetti alla voce continuamente distorti. Ma siamo di fronte a uno dei possibili dischi dell'anno e - per allargarci - pensiamo che “3.15.20” di Childish Gambino rischia di essere presente anche nella lista dei dischi capaci di raccontare il prossimo decennio. 

La modalità di lancio del disco è stata particolare: domenica 15 marzo il disco è stato distribuito gratuitamente per 24 ore sul sito www.donaldgloverpresents.com, poi il silenzio. Una settimana dopo è comparso sulle principali piattaforme distribuito da Sony, senza una copertina e con la maggior parte delle canzoni con il time code come titolo, una soluzione tra “Untitled Unmastered” di Kendrick Lamar e “Yeezus” di Kanye West.  Non sappiamo se il titolo previsto fosse davvero questo, certo è che oggi l'intestazione “3.15.20”  rappresenta ancora di più la colonna sonora contemportanea al clima di incertezza che globalmente stiamo vivendo, e sicuramente i suoni non conciliatori hanno una loro forte carica espressiva coerente.  Questo disco porta avanti il discorso iniziato con “This is America”, il singolo vincitore del Grammy 2018 sulla violenza armata e la mercificazione della sofferenza nera, tra simbolismo e sarcasmo: qui invece Glover-Gambino affronta altri temi come l'insicurezza e la paura dell'ignoto, le identità violate dalla dimensione digitale e altri razzismi, ma dietro gli arrangiamenti ostici e le voci distorte c'è anche un messaggio di ottimismo in coda al disco. 

“0.00” è un prologo elettrico e allucinatorio, con quel tappeto di synth e quel “We are” come per dire che siamo tutti nelle stessa barca. “Algorythm” - bel titolo - descrive i limiti di un'esistenza online (“So very scary so binary, zero or one /
Like or dislike, coal mine canary”) su un groove che sembra uscito dalla testa di Kanye West e dove trova spazio la citazione di “Hey mr. DJ” di Zhané per poi deflagrare e passare a “Time”, uno dei pezzi più riusciti, un electro-pop pieno di idee e soluzioni melodiche, con l'ausilio della non accreditata Ariana Grande (in “12.38” compaiono invece 21 Savage e SZA), che ti viene voglia di riascoltare ancora e ancora. 

Il resto del disco è molto vario: si va dalla pop song hackerata di “19.10”, in cui si parla del pesante fardello che deriva dalla bellezza, all'afro-industrial “32.33”, una via di mezzo tra “Black Skinhead” di West e un'estensione del lavoro di Ludwig Göransson (che scrive e produce buona parte delle tracce dell'album) per la colonna sonora di Black Panther. “42.26” altro non è che “Feels like summer” già uscita nel 2018 che inserita qui fa la parte di un golden classic. 
"24.19" e "39.28", che si portano dietro le influenze di Prince, si concentrano sulle emozioni positive e negative legate dall'innamoramento. “47.48” invece non può non ricordare il miglior Wonder, quello di “Innervision” e “Talking book” per intenderci, e che porta una visione di ottimismo verso il domani, specialmente nella coda con il commovente dialogo con il figlio Legend sull'importanza e la semplicità dell'amore per le persone che ci circondano (ma anche noi stessi) necessario in questo periodo di sfiducia e paura. 
La conclusiva “53.49” tutta suonata  è catartica e liberatoria (“There is love in every moment / Under the sun, boy / You do what you wanna do”) e dove Glover-Gambino fa anche un endorsememt ai Sunday Service di Kanye West (“I'm just try to put the spirit in your Yeezy Boosts” canta).

Sembrano lontane le influenze psic-funkadeliche di “Awaken my love!” del 2016: “This is America” da una parte e la scrittura della mai troppo lodata serie tv “Atlanta” dall'altra lo hanno portato a buttarsi dentro la contemporaneità e a creare un suono originale e “d'autore” tutto suo, che mescola industrial hip-hop, soul funk ben suonato ed elettronica con un tocco di sperimentazione.Come abbiamo detto all'inizio, “3.15.20” non è un disco catchy – anzi, il primo ascolto rischia di essere respingente - ma, come tutti i dischi importanti, pensati e dal valore artistico, ha bisogno di ripetuti ascolti. 

E' un disco che racconta la nostra vulnerabilità di questo momento, della fragilità che circonda tutte quelle che erano le nostre certenzze - e in questo senso le soluzioni sonore adottate sono più che pertinenti – ma senza dimenticare un'intenzione di fiducia e speranza per il domani. 
 

(Articolo originale su Rockol.it)

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