Alles In Allem Recensione

Esiste una Berlino nascosta, che si fonde con la musica che accoglie tra le sue architetture immerse in un clima di sinistra sospensione. È la storia di un’assenza che va oltre il semplice vuoto, per riempirsi di una nuova intricata geografia della città, narrata con tutta quella drammatica intensità che gli Einstürzende Neubauten hanno trasmesso in “Alles In Allem” (espressione traducibile in italiano come “Tutto sommato”). Pioniere di circonvoluzioni visionarie, il gruppo tedesco ritorna con un nuovo album dopo dodici anni di assenza, rinunciando alla sua meccanica distruttiva per dedicarsi a un raffinato espressionismo sonoro, denso di simbolismo e consapevole di un’inevitabile apocalisse in arrivo.

In una profondità emotiva quasi sconcertante si avvertono le ombre ambigue di un mondo in rovina, distinguibili al pari dei contrasti che attraversano la capitale tedesca, in bilico perenne tra avanguardia e retaggi del passato. Ritraendo le macerie più nere della propria città, gli EN definiscono lo scenario ideale per fare il punto sui primi quarant’anni di carriera, con una cronaca cupa e grottesca che alterna futurismo e figurazione, in uno spazio avvolto da un’aura di incontenibile decadenza.

Strade e palazzi che svelano la propria silenziosa memoria. Quella della metropoli divisa, gli anni del muro, la dissoluzione dei blocchi, il progresso tecnologico e insieme una crescente sensazione di spaesamento, con la necessità di trovare spazi in cui affermare la propria identità altrimenti negata. Una ricerca di sé messa in discussione dai cambiamenti socio-politici e infine stravolta dalla gentrificazione. Non è un semplice album di fotografie sbiadite, quello sfogliato nelle inquiete cartoline di “Alles In Allem”. Nonostante la rilassata immagine mostrata dal gruppo - una delle rarissime copertine che li ritrae - il disco mostra subito il suo carattere enigmatico, con lo stridore cabarettistico di “Ten grand goldie” che conduce verso una Berlino avvolta in un tempo indefinito, in grado di mettere in connessione sogni, misteri e desideri in un unico, incessante sussulto di suggestioni. I cinque qui colpiscono con decisione un palpitante centro nevralgico di affanni, scavando a fondo nei propri ricordi e nelle storie della loro città per farne una critica del nostro presente e un avvertimento sul futuro prossimo. 

Eliminato un brano essenziale per la narrazione dell’album, intitolato "Welcome to Berlin”, lo spazio vacante lasciato al centro di un mosaico urbano da comporre è stato colmato con una visione frammentata in dieci tracce piene di realismo civico. Blixa Bargeld e i suoi sembrano aggirarsi come spettri in questa topografia di Berlino destinata a crollare, esibita ora con disincanto e ora con disprezzo, ma anche con una forza e una sensibilità densa di pathos. Muovendosi oltre il tempo e lo spazio, il musicista osserva la struttura della sua vecchia casa sul canale Landwehr, dove ha trascorso l’infanzia e dove, 101 anni prima, gli squadristi hanno gettato il corpo di Rosa Luxemburg. Momenti oscuri di un passato disturbante che emerge con forza dal profondo, come nei ticchettii nostalgici di “Am Landwehrkanal" dove intona, con fare quasi malevolo: “Avevamo mille idee e tutte erano buone”.

Ancora, tra gli sprazzi di melodia di “Möblierter lied” e di “Seven screws”, meditativa riflessione sull'identità di genere, Bargeld ritorna sul suo vissuto in “Grazer Damm” unendo fantasia e verità in un racconto carico di evocazioni terribili e insieme attraenti. Dal quartiere Wedding arrivano varie registrazioni ambientali che sono state inserite nell’omonima traccia, dove con tono funereo viene declamato uno sciamanico “Wedding Ding Ding”, mentre una lunga passeggiata all’aeroporto di “Tempelhof”, rimasto a lungo vuoto, testimonia di nuovo la presenza di un mostruoso buco nero dove convergono ansie e spinte disgregatrici, non solo del centro più popoloso d’Europa, ma di un’intera umanità.

Immerso in un livido umore contemplativo, “Alles In Allem” presenta un’inedita porta di accesso al mondo in continua distruzione degli EN, spalancando un abisso adesso meno dominato dalla tecnologia brutale delle macchine, dove sezioni d’archi, riverberi e percussioni ipnotiche mostrano le crepe della civiltà industriale. Si respira in pieno il legame complesso di Blixa con la poetica dolente di Nick Cave, in una ricerca melodica basata su ballate minimali, dove tra i clangori di “Zivilisatorisches missgeschick” e le avvolgenti spire di “Taschen” o della stessa “Alles in allem”, ricostruiscono l’anima grigia di una Berlino immaginifica e al tempo stesso concreta.

Di sicuro non amano ripetersi i Neubauten, come ha confermato lo stesso Bargeld. Nella realizzazione, in totale autonomia, dell’album il gruppo non solo si è avvalso della collaborazione dalla propria fan base, riunita online ancora prima dei distanziamenti imposti dalla contingenza attuale, ma anche dall’azione disturbante di “Dave”, un singolare metodo lavorativo basato sulla casualità dettata da un sistema di carte da pescare. Abbattendo di fatto la barriera tra artisti e pubblico, il collage delle tracce si materializza in una forma inedita di processo creativo partecipato e imprevedibile.

Quando quattro decenni or sono, il collettivo tedesco ha iniziato il suo percorso rumoristico di sperimentazione musicale, si è reso fin da subito portavoce del collasso inesorabile di ambizioni e frenesie di un momento storico perfettamente inserito nella nostra contemporaneità, trasformando in un suono spietato l’implosione violenta del progresso. Per questo, tra i detriti della Germania del dopoguerra e la sua visione ottimistica del futuro, la Berlino polverosa degli Einstürzende Neubauten sembra essere ancora oggi l’unico baricentro possibile di tanta drammatica perfezione.

(Articolo originale su Rockol.it)

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