græ Recensione

Siamo consapevoli che è sempre più difficile trovare modalità originali ed efficaci per il lancio di un disco. Lo è ancora di più se il disco in questione è già di per se bello e potente, al punto che forse non ci sarebbe nemmeno bisogno di ideare un lancio ad effetto.Fatta questa premessa, possiamo dire di non esser certi che la divisione in due parti di "Græ" di Moses Sumney abbia giovato al disco dell'artista di origine ghanese.
Breve rewind. A febbraio uscì la prima parte di prima parte di "Græ", seguito dell'esordio del 2017 Aromanticism di Sumney: 12 canzoni molto ricche e stratificate, un lavoro sperimentale e articolato che personalmente avevo recensito con entusiasmo, salvo poi non riascoltarlo più durante il lockdown, nonostante i pochi nuovi dischi usciti nel frattempo, proprio per la sua complessità non aderente ai tempi che vivevamo e non richiesta da chi scrive.
Questa seconda parte uscita lo scorso venerdì, seppur breve (sono poco più di 20 minuti) è molto più lineare, introspettiva e meditativa sia nei testi che nei suoni e, quindi, in un certo senso completa e bilancia l'intero disco, smussando certi suoi passaggi audaci e aspri, rendendolo finalmente un'opera epica e importante. 
Il grigio a cui fa riferimento il titolo è proprio la metafora perfetta su cui permea l'intero lavoro, una via di mezza tra bianco e nero, un colore senza colore, un modo per smontare e decostruire i binari che l'umanità e le convenzioni impongono sul tema delle appartenenze di razza e genere. In “Two dogs” affronta la morte intesa come fase di mezzo, mentre in “and so I come to isolation” la voce della scrittrice ghanese di casa a Roma Taiye Selasi ci racconta come ““Isolamento deriva da ‘insula’ che significa isola” e che rappresenta un'altra forma di grigio esistenziale. Ma è proprio nell'accompagnamento musicale più minimale di questi nuovi brani del secondo disco che emerge il falsetto folgorante di Sumney sia sopra il tappeto di synth di “me in 20 years” o con  la chitarra lussureggiante e jazzy di “keeps me alive”. 
La quiete di questa seconda parte ci permette di riascoltare con più calma e attenzione le più ardite trracce del primo disco, come gli arrangiamenti ornamentali di “In Bloom” e “Colouour” che ricordano molto i Dirty Projector ma che in realtà nascondono le collaborazioni di Daniel Lopatin, alias Oneohtrix Point Never e Thundercat, convivendo perfettamente con il lirismo quasi indie rock di “Bless me” e “before you go” che chiudono l'intero disco. 
"Græ" è un'opera gigantesca piena di tante idee, sorprese e stili musicali che nella loro interezza premiano l'ascoltatore paziente il quale riesce a trovare anche una certa coerenza seguendo lo statement contenuto nella programmatica “also also also and and and” in cui afferma “Sono consapevole della mia intrinseca molteplicità e chiunque desideri entrare in contatto profondo con me o con il mio lavoro deve esserlo a sua volta”.

 

(Articolo originale su Rockol.it)

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