Ghosts Of West Virginia Recensione

Steve Earle, assecondato dai suoi Dukes, viaggia spedito. Negli ultimi dieci anni ha pubblicato ben sei album, l'ultimo dei quali si intitola "Ghosts of West Virginia". Un disco che ha un filo conduttore ben preciso: una tragedia avvenuta il 5 aprile 2010, quando 29 minatori persero la vita in una esplosione all'interno di una miniera di carbone nella Raleigh County, nello stato della West Virginia. In realtà, queste canzoni nascono come commento sonoro di 'Coal Country', la rappresentazione teatrale dedicata all'incidente scritta da Jessica Blank e Erik Jensen che vedeva Earle interpretarle, da solo, sul palco dei vari teatri in cui è stata messa in scena. Solo in un secondo tempo, con qualche aggiunta, prima fra tutte quella della sua band, i Dukes, si sono trasformate nell'album "Ghosts of West Virginia".

Steve Earle è persona molto sensibile che sposa volentieri una causa quando ritiene ne valga la pena. In questo caso, nella sua scelta, potrebbe avere giocato un ruolo primario il fatto di essere originario del vicino stato della Virginia. In una intervista il 65enne cantautore ha ben spiegato l'idea che sta dietro l'album e il significato che vuole avere: "Non puoi comunicare con le persone se non comprendi la trama delle loro vite, la realtà che fornisce un significato ai loro giorni. Questo è l'intero senso di “Ghosts of West Virginia”. Ho pensato che, per come vanno le cose in questo momento, forse era mia responsabilità fare un disco che parlasse delle e alle persone che non votano come me. Uno dei pericoli che corriamo è se le persone come me continuano a pensare che chiunque abbia votato per Trump sia un razzista o uno stronzo, perché semplicemente non è vero. Volevo parlare con persone che non votano necessariamente come me, ciò non significa che non abbiamo nulla in comune. Dobbiamo imparare a comunicare tra di noi. E il modo per farlo, e per farlo in modo impeccabile, è semplicemente onorare quei ragazzi che sono morti a Upper Big Branch.”

Per cantare il dolore di questa tragedia e la dura vita degli uomini delle miniere, musicalmente Earle si affida principalmente alle sonorità care al country e al bluegrass (sua filiazione), il genere che negli Stati Uniti – soprattutto negli stati del sud – racconta, e si avvicina, più di ogni altro alla vita e al travaglio della gente che vive al di fuori delle grandi metropoli, utilizzando strumenti tradizionali come il violino e la fisarmonica.

Il breve spiritual "Heaven Ain’t Goin’ Nowhere", con un coro a fare da controcanto a Earle introduce il tema parlando di paradiso, denaro e giorni del giudizio. La triade "Union, God and Country" è quella che, per tradizione famigliare, conosce un minatore del West Virginia ('My daddy was a miner/My daddy's daddy, too/Union, God, and country/Is all they ever knew). Fa seguito l'inquietante "Devil Put The Coal In The Ground", sì, perché solo il diavolo può avere pensato di nascondere il carbone nelle viscere della terra. "John Henry Was A Steel Driving Man", ricorda, una volta di più, la storia del popolare eroe afroamericano che sfidò, vincendo, una trivella a vapore a fare un tunnel sotto un monte, con un martello e la sola forza delle sue possenti braccia. John Henry vinse, ma trovò la morte per l'immane sforzo. L'uomo aveva sconfitto la macchina a costo della vita. E la leggenda narra che ciò accadde proprio in West Virginia. La incessante e potente "It's About Blood" alza il livello dell'emotività molto in alto, soprattutto nella parte finale quando Earle elenca, nome per nome, le persone perite nell'incidente della miniera. In "If I Could See Your Face Again" Steve Earle lascia l'onere della narrazione alla voce di Eleanor Whitmore che racconta di un amore perduto nelle viscere della Terra e annuncia la seguente "Black Lung" chiaro riferimento alle complicazioni polmonari che sorgono lavorando sottoterra. La penultima canzone del disco, "Fastest Man Alive", affonda le radici in un'altra storia del West Virginia, ma esula dal mondo della miniera. E' la storia di Chuck Yeager, un pilota dell'aviazione di queste parti che è stato il primo uomo a volare oltre il muro del suono nel 1947. L'album si chiude con "The Mine", l'emblematico racconto pieno di speranza di un uomo che attende la chiamata per lavorare in miniera così da permettere un futuro migliore alla propria famiglia.

"Ghosts of West Virginia" è un album che prende spunto da un drammatico fatto di cronaca per raccontare la vita di quei lavoratori che provano verso il loro impegno lavorativo la doppia ambivalenza dell'odi et amo: poiché vorrebbero fuggirgli lontano riconoscendo in esso una sorta di inferno in terra tanto è disumano e pericoloso, ben sapendo però che senza quel lavoro pregiudicherebbero la fetta di futuro che gli si apre davanti. E' un disco che parla di diritti e speranze, di amore e di rabbia; e, infine, di porre al centro l'uomo rispetto al profitto. Sono solo canzoni, forse non possono cambiare il mondo, ma certo possono migliorarlo. Grazie Steve.

(Articolo originale su Rockol.it)

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