Purple Rain Recensione

Chi non c’era non può lontanamente immaginare quanto fosse onnipresente nel 1984 PURPLE RAIN, colonna sonora di un film men che modesto (null’altro che una sfilata di stereotipi da rock movie) e a dispetto di ciò pur’esso trionfatore al botteghino (settanta milioni di dollari nei soli Stati Uniti ed era costato quanto un videoclip). Il disco, che sta in piedi benissimo senza immagini, è invece un indiscutibile classico, dalle voci declamanti su un bordone d’organo che conducono a uno scatenato funk hardelico di "Let’s Go Crazy" a quelle declinanti gospel del sognante finale della traccia omonima, lunga, malinconica e infinitamente seducente ballatona dalle fragranze blues.

È nel complesso come se Marvin Gaye facesse festa con Jimi Hendrix (quello romantico di "Little Wing"), come se Stevie Wonder incontrasse il George Clinton versante Funkadelic e insieme scrivessero una West Side Story negra. Dal sentimentalismo trattenuto e poetico di "The Beautiful Ones" si passa al ficcante riff di "Computer Blue", da una "Darling Nikki" che alterna carezze e lamate a una "When Doves Cry" che fu la canzone che spinse l’album in classifica osando l’inosabile in materia di musica nera: niente basso.

Il testo qui sopra riprodotto è tratto, per gentile concessione dell'editore e degli autori, dal volume "Rock: 1000 dischi fondamentali. Più 100 dischi di culto” , curato da Eddy Cilia e Federico Guglielmi (con Carlo Bordone e Giancarlo Turra) , edito da Giunti nel 2019.  Il libro è acquistabile qui.

(Articolo originale su Rockol.it)

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