River Recensione

Nell’epopea rock, l’inglese Terry Reid è “famoso” quasi solo per una ragione: rifiutò il ruolo di frontman dei futuri Led Zeppelin (peraltro suggerendo a Jimmy Page di rivolgersi a Robert Plant) e più avanti, sembra, dei Deep Purple. Un artista così convinto delle proprie capacità avrebbe dovuto essere premiato dalla sorte, e invece no: la sua scarna discografia – cinque album di studio tra il 1968 e il 1978 e dopo soltanto un altro, nel 1991 – è rimasta un culto per pochi intimi, a dispetto di un alto valore medio che sale notevolmente nel terzo e nel quarto, questo e SEED OF MEMORY del 1976.

Composto da sette tracce tutte autografe, quattro delle quali impreziosite dal contributo del grande David Lindley, RIVER esalta l’abilità del musicista, allora ventitreenne, nel destreggiarsi con personalità e carisma tra corpose sonorità elettriche e più aggraziate fantasie acustiche, dando vita a un rock-blues-folk-soul insaporito da qualche spezia esotica e jazzy. Un sound perfetto per quegli anni, sviluppato in canzoni ottimamente scritte e marchiate da una voce assieme carezzevole e sanguigna, che avrebbe dovuto fare di Reid una stella (ne aveva persino le physique du rôle); perché ciò non sia accaduto rimane un beato mistero.

Il testo qui sopra riprodotto è tratto, per gentile concessione dell'editore e degli autori, dal volume "Rock: 1000 dischi fondamentali. Più 100 dischi di culto” , curato da Eddy Cilia e Federico Guglielmi (con Carlo Bordone e Giancarlo Turra) , edito da Giunti nel 2019.  Il libro è acquistabile qui.

(Articolo originale su Rockol.it)

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