A Hero's Death Recensione

La prima canzone di “A Hero's Death”, "I Don't Belong", è una dichiarazione di intenti. "Non appartengo a nessuno", ripete più volte il cantante Grian Chatten, più propenso a mostrarci le ferite che a incendiare gli animi dei ribelli come in passato. Un passo indietro: “Dogrel”, il primo album della band irlandese, uscito nell’aprile del 2019, non solo ha permesso che sul quintetto post-punk si accendessero i riflettori del mondo, ma ne ha anche restituito una fotografia nitida. Il pezzo di apertura del primo progetto, "Big", rivendica appartenenza e ambizione, lo fa in modo sfacciato: le parole "Dublino sotto la pioggia è mia" si innestano su un pezzo punk veloce e sporco dove c’è tutta la giovane frenesia di un gruppo di ventenni che vuole prendersi il futuro.
Due punti di partenza diversi. Sembra passato un sacco di tempo e invece non è così: “A Hero's Death” arriva a poco più di un anno da quel primo folgorante sussulto, eppure è più maturo e con le radici sonore messe in mostra più sul fronte compositivo che su quello testuale. Alla faccia di chi dice che il secondo album sia uno dei più difficili, i Fontaines D.C. si sono superati.

A fare da sfondo non c’è più solo l’Irlanda: le strade sporche, i personaggi e le inquietudini dei Fontaines D.C. non hanno “casa” solo nell’isola di smeraldo, ma sono quelle di tutti, in ogni parte del mondo. Il quintetto non rimane più in superficie. Lo sguardo è più ampio, va oltre quello che vedono tutti i giorni Carlos O’ Connell, Conor Curley, Conor Deegan III, Grian Chatten e Tom Coll, che si sono incontrati per la prima volta al “British and Irish Modern Music Institute” di Dublino ancora studenti. “A Hero's Death” è stato scritto durante il tour di “Dogrel” ed è meno pregno di temi e personaggi particolari rispetto alle prime fatiche: può essere interpretato come un’unica lunga riflessione sulla condizione umana. Non c’è rassegnazione o sconfitta a priori, ma analisi: "Hai detto che sei stato sull'orlo, quindi rallenta", canta Chatten, quasi recitando come è nel suo stile, in “You said” dove gli errori del passato vengono esorcizzati perché non si ripetano. “A Lucid dream” è un caos lucido nei suoni e nelle parole, con il basso a fare da cerniera tra la parte più intensa e quella sussurrata, mentre “Living in America” sembra la colonna sonora di un cortometraggio tetro sulla libertà e sulla sua rappresentazione nella vita di tutti i giorni.

Dall’asfalto delle città irlandesi agli abissi del vivere: ascoltando un pezzo come "I Was Not Born" si capisce l’evoluzione e la voglia di andare più a fondo della band. La forza dei Fontaines D.C. è indubbiamente nei suoni, potenti e dalle tinte vintage, ma non polverosi e anacronistici. L’album è davvero vario. Dentro si possono trovare frammenti delle lezioni dei Joy Division, di Lou Reed, dei Beach Boys, dei Fall, a cui vengono spesso paragonati, e di tutto un universo capace di unire un sound riconoscibile a una scrittura di spessore. Sì, perché anche sul fronte dei testi i Fontaines D.C. hanno valore da vendere proprio come i Murder Capital e i Girl Band, altri gruppi post-punk della scena di Dublino, una nuova capitale per il genere.

A unire i cinque studenti DC, di Dublino City, ai tempi dell’università era stata proprio la poesia. Insieme formarono un collettivo che pubblicò alcune raccolte ispirate ai poeti e agli scrittori americani della beat generation, come Kerouac e Ginsberg, per poi approdare agli irlandesi Kavanagh, Joyce e Yeats. Proprio James Joyce è una guida, una luce sul pianeta dei Fontaines D.C. Il mantra di “A Hero's Death”, la cui copertina raffigura il guerriero della mitologia irlandese Cúchulainn, è “life ain’t always empty”, “la vita non è sempre vuota”, una frase martellante presente anche nella canzone che regala il titolo al progetto. Il disco si chiude con “Sunny”, scandita da una voce angelica femminile, e dalla ballata “No”, intensa e carica di sentimenti, una carezza su una ferita. I Fontaines D.C. si scavano dentro con struggimento, vedono gli eroi cadere in battaglia, ma non sono degli arrendevoli nichilisti. Trovano qualche cosa in fondo alle loro paure, ci si aggrappano e la usano per risalire a rivedere un raggio di luce.

(Articolo originale su Rockol.it)

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