Gold Record Recensione

“Hello, I’m Johnny Cash”: come fai a non amare un disco che ti spiazza fin dalle prime parole, una citazione del famoso saluto che apriva “At folsom prison”? Solo che le pronuncia Bill Callahan, un cantautore che già si ama alla follia, e che ora si ama ancora di più. Un disco stupendo, per forma e sostanza

La forma: una raccolta di canzoni? No, un album
Bill Callahan non ha pubblicato dischi per 5 anni, poi ne pubblica due in un anno: “Gold record” arriva a breve distanza da “Shepherd in a Sheepskin Vest”.
Fino al 2018 i dischi della sua etichetta, la Drag City, non erano disponibili sulle piattaforme. Invece questo è stato pubblicato come vorrebbe Daniel Ek, una canzone alla volta, in due mesi e mezzi, con l’album che si completava per volta: ogni venerdì aprivo il mio "release radar” e per 10 settimane c’era sempre in testa lui, con una canzone nuova.
Bill Callahan si stava prendendo gioco della piattaforma, forse. O forse no: perché non è una raccolta, ma un album vero, con una sua unità stilistica e tematica. Un’operazione geniale, a suo modo.

La sostanza: suono e voce unici
Un’operazione che funziona perché ci sono le canzoni, ci sono idee, c’è un suono. Che poi è quello suo tipico, e questa volta è ancora più asciutta: la voce avanti, che ti arriva in faccia come se stesse parlando proprio a te, la chitarra vibrante appena dietro. Un suono cupo e confidenziale che lo separa da tutti i cantautori. E poi che canzoni: dall’iniziale “Pigeons” (che parte da Johnny Cash, ma parla di matrimonio e comunità), a racconti come “The Meckenzies” che sembrano usciti dalla penna di Kent Haruf, alla rilettura della sua "Let’s Move to the Country”, originariamente incisa nel ’99, nel periodo Smog.

La canzone imperdibile
È una bella scelta, tra l’iniziale “Pigeons” e l’ode finale a Ry Cooder, puro genio: “English rockers, all their money goes right up their nose/Well Ry just smiles and tries to ignore the difficult yoga pose” e ancora He freed Cuba with a Buena Vista/
Him and them, and it turned me on to old Kim Sinh/And remember those licks he played on Chicken Skin”.

Insomma un gran disco, da tenersi buono per quest’autunno imminente, con un bel bicchiere di vino.

(Articolo originale su Rockol.it)

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