Vol. 4 Recensione

Anzitutto un appunto, più o meno necessario. Di cosa parliamo, quando parliamo dei Black Sabbath? C'è chi li considera "i re dell'heavy metal", giusto per sentito dire - ma il riff-master Tony Iommi ha più volte pubblicamente espresso un filo di disappunto nel rapportarsi a quel termine, avvertendo in "heavy rock" un modo più armonico per definire la sua arte. Del Sabba Nero (il nome della band fu tratto dal titolo internazionale di un vecchio horror del nostro Mario Bava, I Tre Volti della Paura) c'è chi ama prevalentemente gli album della formazione più classica, quella capitanata dal madman Ozzy Osbourne e comprensiva, oltre a Iommi, del bassista Geezer Butler e del batterista Bill Ward. Vi è poi chi, con la stessa intensità, venera sia il periodo con Osbourne, sia quello più intermittente con Ronnie James Dio, da cui gli obbligatori 'Heaven And Hell' e 'Mob Rules', ma senza omettere - sarebbe un crimine - quel capolavoro un po' troppo dimenticato che è 'Dehumanizer' (1992). Non è finita, però, perché c'è persino qualcuno - vedi il simpatico Mikael Stanne, frontman degli svedesi Dark Tranquillity - disposto a eleggere un lavoro minore come 'Headless Cross' - discendente da un più fosco ciclo con Tony Martin alla voce, il migliore a nome Black Sabbath, nonostante Iommi fosse in quel frangente (era il 1989) l'unico superstite della formazione originale. Quella stessa che poi, il 25 settembre del 1972, dopo aver già depositato sul proprio tragitto monoliti testamentari quali l'omonimo debutto, il seguente 'Paranoid' e il terzo 'Master Of Reality', garantiva una prova discografica ancora più matura con il quarto 'Vol. 4', oggi riesposto, a quasi cinquant'anni dalla sua prima edizione, in questa veste esasperatamente rimpolpata, dunque obbligatoriamente "super deluxe". 

Le canzoni originali

Registrato ai Record Plant di Los Angeles, a pochi mesi dalla sua prima realizzazione ufficiale, le sessioni da studio furono famigeratamente caratterizzate da un ingente consumo di cocaina, citata senza sottintesi anche nel brano portabandiera "Snowblind", titolo originariamente inteso anche per l'album stesso, poi osteggiato dai dirigenti della Vertigo, la casa discografica dei Sabbath, dati gli evidenti richiami tossici riportati nel termine "snow". La peculiare tipologia di "neve" è comunque sfacciatamente ringraziata sulle note interne dell'album ("...la grande COKE-Cola Company", si legge), e come del resto ha raccontato a Mojo Geezer Butler, qualche anno fa, "...la realizzazione dell'album era costata 65.000 $, mentre noi ne spendemmo 75.000 in cocaina". Non si può dire con certezza quanto e se quel nutrimento illecito abbia necessariamente influito sull'esecuzione dei brani; quel che è certo, però, è che 'Vol. 4' era e resta un'opera marcatamente coinvolgente sotto ogni aspetto. Appoggiando la puntina sull'introduttiva "Wheels Of Confusion", sospinta da una particolareggiata melodia vocale, viene dato immediatamente di cogliere una qualità musicale destinata a estendersi uniformemente fino al finale di "Under the Sun/Every Day Comes & Goes". Non vi è nulla di non necessario in episodi quali "FX", "Tomorrow's Dream", "Cornucopia" o nella sismica "Supernaut" (per cui si sarebbero spesi in elogi sia Frank Zappa che il noto Bonzo dei Led Zeppelin).

Differentemente da queste tracce, "Laguna Sunrise" è un seducente interludio strumentale di stampo neo-classico, composto da Tony Iommi dopo essere rimasto in piedi tutta una notte, nella località californiana di Laguna Beach, ad attendere l'arrivo dell'alba. Nel disco la natura "heavy rock" resta ovviamente predominante, ma nel momento in cui si diffondono le note di piano (eseguite da Tony Iommi) della devastante "Changes", si tastano picchi quasi inverosimili di sentimentalismo. A dir poco struggente è l'interpretazione vocale di Ozzy Osbourne, che finisce per raggiungere la sua sommità nell'intonazione del ritornello (il testo del brano, composto da Geezer Butler, allude alle problematiche coniugali che il batterista Bill Ward attraversava a quell'epoca). 

I contenuti della super deluxe edition 2021 

Composta da 4 CD/5 LP, la deluxe version di 'Vol. 4' è un riuscito azzardo in grado di fungere da attrattiva per il fan più osservante. Prima di tutto, l'operazione offre una rimasterizzazione 2021 meravigliosamente nitida dell'album originale, arricchita da una selezione di outtake, nuovi mix e false partenze, leggermente superflua, se vogliamo, lodevolmente raccolta e mixata da Steven Wilson con la tipica professionalità che nessuno potrà mai negargli (diverso è invece il discorso, ma non è il caso di approfondire, sulla direzione in cui sta portando la sua musica). A ornare il tutto un libro storiografico a colori, molto ben redatto; un poster di grandi dimensioni a carattere promozionale (che riporta un artwork inedito con ancora il titolo di 'Snowblind', in seguito rimosso), ma soprattutto un ennesimo album dal vivo, intitolato un po' banalmente 'Live In The UK 1973'. Mixato da Richard Digby Smith, la selezione dei brani presentati pesca dalla tracklist di 'Vol. 4', ma include ovviamente altri classici dell'era Osbourne, come "War Pigs" o l'inevitabile "Paranoid", recuperati da vecchi nastri analogici originali a 16 tracce, a fotografare un periodo di massima intensità concertistica per una formazione destinata a essere ricordata, possibilmente, fino alla fine dell'eternità.

(Articolo originale su Rockol.it)

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