Blue Banisters Recensione

Niente ritmi latini. Niente melodie catchy. E niente duetti di grido. Tutt’altro. Le atmosfere di “Blue banisters”, che arriva a pochi mesi da “Chemtrails over the country club”, restano le solite. Canzoni senza tempo interpretate con quella voce da gatta morta che ha reso Lana Del Rey a suo modo unica nel panorama pop internazionale, affollato da cantanti tutte urletti e ammiccamenti vari (le stesse che lei l’anno scorso ha accusato di scalare le classifiche solo per essere sexy, da Nicki Minaj a Camila Cabello, passando per Kehlani, Doja Cat e Cardi B, salvo poi fare un passo indietro).

“Blue banisters” è puro ritorno al passato. Cori ipnotici, melodie classiche, come nella title track o nel singolo “Arcadia”: avanti così per un’ora e passa, tra uno sbadiglio e l’altro. La vera novità è che esce di scena Jack Antonoff, eminenza grigia del pop-rock stiloso e di classe già al fianco di Taylor Swift, Lorde e St. Vincent, che aveva prodotto i due precedenti lavori della cantautrice statunitense, “Norman Fucking Rockwell!” del 2019 e il già citato “Chemtrails over the country club”, contribuendo a rendere un po’ meno nostalgico il suo stile. La voce di “Video games", stavolta, preferisce recuperare idee alle quali aveva lavorato con Zachary Dawes e Miles Kane ai tempi dell’album che avrebbe dovuto pubblicare con i Last Shadow Puppets nel 2017, rielaborandole: c’è il loro zampino in “Text book”, “Black bathing suit”, “Thunder” e “Dealer”. “If you lie down with me” risale invece alle lavorazioni di “Ultraviolence”: la scrisse con l’ex ragazzo Barrie James O’Neill, poi la relazione finì e la canzone rimase chiusa in un cassetto.

Se “Chemtrails over the country club” strizzava l’occhio alle suggestioni da road movie di fine Anni ’60, il suo successore sembra guardare piuttosto ai film in bianco e nero degli Anni ’40, più romantici, sentimentali. Macchine vintage (in “Text book” compare la Tunderbird), trattori, feste nazionali (in “If you lie down with me” cita il Giorno dell’Indipendenza con cui gli americani festeggiano l’anniversario dalla dichiarazione che il 4 luglio del 1776 sancì l’emancipazione dai cugini britannici), lettere scritte a mano (come in “Sweet Carolina). E la sua California sempre sullo sfondo. Eppure la cantautrice statunitense si sforza di restare a suo modo legata al presente. Parlando dell’agenda politica, come nella stessa “Text book”: “There we were screamin’ ‘Black Lives Matter’ in the crowd”, canta, quasi rispondendo alle accuse di quelli che l’hanno ritratta come una repubblicana conservatrice per il tipo di musica che fa, in larga parte incentrata sulla nostalgia del sogno americano. Oppure di attualità, e dunque di pandemia, come in “Black bathing suit”, in cui accenna alla quarantena e alle videochiamate su zoom.

La ami o la odi. Ma quantomeno a Lana Del Rey devi riconoscere il merito di essere sempre coerente con sé stessa e con le sue scelte. Certo, a volte anche un po’ casinista: per dire, non si capisce bene perché ad un certo punto, in questo disco, abbia voluto stravolgere la melodia del “Triello” composta da Ennio Morricone per la colonna sonora de “Il buono, il brutto, il cattivo”, appiccicandoci sotto una base trap. Dura pochi secondi, eh. Quanto basta per farti capire che, in fondo, è meglio che Lana continui a fare Lana.

(Articolo originale su Rockol.it)

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