Welcome 2 America Recensione

E' sempre un problema recensire un disco postumo, specialmente se risale a parecchi anni fa quando l'artista in questione era ancora in piena attività, specialmente se è Prince e, particolarmente, se si tratta di fatto del primo vero disco postumo (i precedenti Piano and a Microphone 1983 del 2018 e Originals del 2019, erano entrambi delle raccolte di demo). 
Il problema sorge dalle mille domande che inevitabilmente ci si pone sul perché Prince allora non pubblicò il disco, su cosa ci fosse dietro, legandolo al periodo (il 2010) non proprio produttivamente felice in cui è stato registrato, e cercando di entrare dentro la testa di Prince, operazione pressoché impossibile e pericolosa. 
Allora ho deciso di non farmi tutte queste domande ed andare dritto al punto, ovvero recensire “Welcome 2 America” come un qualsiasi altro progetto discografico, ed è quello che farò qui. 

La genesi di Welcome 2 America

Dal servizio del programma televisivo giornalistico “60 Minutes” girato a Paisley Park si evince che l'ossatura del disco è da legare a una serie di session di brani strumentali semi-improvvisati molto Soul-Funk '70s registrati da Prince insieme alla nuova sezione ritmica composta dalla bassista Tal Wilkenfeld (già con Jeff Beck) e il batterista Chris Coleman che aveva suonato in gruppi gospel ma anche in tour con Stanley Clarke e Chaka Khan. 
Sì, perché gran parte delle 12 tracce sono fortemente ispirate al funk e al soul degli anni '70, quindi quel retrò che è sempre fresco (pensate al progetto Silk Sonic di .Paak & Mars, oppure del meraviglioso e attualissimo documentario prodotto da Questlove “Summer of Soul”) e in più anche con testi impegnati e pungenti. Decisamente una novità inaspettata nella lunga discografia di Prince, in tutte le sue varie trasformazioni.
 

Le canzoni

Basterebbe solo ascoltare i primi 15 minuti relativi alle prime tre canzoni, per capire che non si tratta di un disco come i mille altri che hanno caratterizzato l'intensa ma spesso deludente produzione di Prince dagli anni zero in poi. La title track è un funk rallentato con un arrangiamento molto sofisticato e che possiamo considerare come una sorta di cugino spirituale più giovane di “Sign '☮' the Times” sullo stato dell'America di Obama in pieno overload informatico, perennemente distratta e con un sistema educativo che sta crollando. Poi c'è “Running game (Son of a Slave Master)” un elegante pezzo dove Prince canta solo nella parte finale e in cui tratta un tema a lui molto caro dell'essere un artista nero in una industria musicale - allora - prevalentemente bianca e che permette di interpretare meglio la scritta Slave che mostrava sulla guancia quando si faceva chiamare O{+> (the Symbol). E infine “Born 2 Die” forse il pezzo più Curtis Mayfield dell'intera carriera di Prince. 
Il resto del disco è uno dei migliori Prince mai sentiti dopo i primi anni 90 impreziosito da una post-produzione, curata da Morris Hayes, fatta con gran garbo e stile: c'è il pop-soul di “1000 light years from here” in cui si riflette di temi ambientali, la reinterpretazione di “Stand up and B strong” dei Soul Asylum che diventa un inno all'auto-realizzazione e “When she comes” una delle sue migliori slow song. 
Ovviamente non tutto è all'altezza - “1010 (Rin Tin Tin)” e “Yes” non vanno da nessuna parte – ma del resto di Sign '☮' The Times ne esce solo uno ogni cinquant'anni. Però si chiude in bellezza con l'edificante singalong di “One day we all be free”. 
Il consiglio da dare è quindi di immergersi in questo Prince senza porsi troppe domande, supposizioni e dietrologie dietro a questo disco, ma invece ascoltarlo e goderselo senza preconcetti e ragionamenti vari. 
 

(Articolo originale su Rockol.it)

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