Happier Than Ever Recensione

Quando ha messo il piede fuori dalla cameretta dove con suo fratello Finneas ha registrato - quasi svogliatamente: guardate, se già non lo avete fatto, il docu-film "The World's A Little Blurry", che su Apple Tv+ racconta la sua ascesa - l'album d'esordio "When we all fall asleep, where do we go?", ad attenderla fuori dalla porta ha trovato paparazzi e giornalisti troppo invadenti, fan che non si accontentano mai di nulla e vogliono sempre di più, che pretendono di sapere tutto di lei e della sua vita, l'ingordigia di un sistema che cerca spasmodicamente il nuovo fenomeno da trasformare nella gallina dalle uova d'oro. "Ho odiato uscire di casa, partecipare agli eventi, essere riconosciuta. Volevo solo fare l'adolescente", si è sfogata lei. È nella scrittura, nella musica, che Billie Eilish ha trovato ancora una volta la sua valvola di sfogo. Se nell'album del 2019 raccontava la vita di un'adolescente problematica, segnata da autolesionismo e pensieri suicidi, stavolta canta di come il successo ha stravolto la sua esistenza. "Happier than ever", il nuovo album, è prima di tutto il diario di una ragazzina diventata grande troppo in fretta: a soli 19 anni la cantautrice losangelina ha già conquistato traguardi impensabili per un'artista della sua età. C'è un'immagine che vale più di qualsiasi elenco: è la foto che hanno scattato a Billie al termine dei Grammy Awards 2020, che la ritrae sorridente con tutte quelle statuette tra le braccia.

Contro gli schemi del pop

"When we all fall asleep, where do we go?" era (e resta) un gran disco: ha riscritto le regole del pop, riportando nel genere - tra imperfezioni lo-fi e atmosfere bedroom pop - quell'autenticità che negli ultimi anni era venuta a mancare, soppiantata da formulette di successo che a lungo andare avevano finito per stancare, spingendo il pubblico a volere di più. Confermarsi non era semplicissimo, ma evidentemente l'ispirazione era tanta, troppa, per fallire. "Happier than ever" supera addirittura le aspettative. Drum'n'bass, ballate atipiche ("Halley's comet" non è una cover della hit di qualche anno fa di Irene Grandi), rap, folk, pop psichedelico, rock, canzoni che partono in un modo e poi finiscono da tutt'altra parte: Billie e Finneas non si lasciano intrappolare e continuano a fare quello che vogliono, senza badare a schemi e formule, contrassegni di un pop che suona ormai vecchio, troppo vecchio.

Senza rete

C'è una fluidità - parola abusatissima - non solo nei suoni, ma anche nei testi: Billie si racconta senza filtri, buttandosi senza rete. In "Getting older", il brano che tra bassi e synth apre il disco, quasi sussurrato, racconta abusi più psicologici che altro, legati proprio alle difficoltà della crescita obbligata: "Things I once enjoyed / Just keep me employed now", canta. Dice di non essere cambiata per niente: ha pure lo stesso numero di telefono ("I didn't change my number"). Semmai, è cambiato il modo con cui le persone che le stanno intorno la guardano e si approcciano a lei, che sogna di addormentarsi e di risvegliarsi tra qualche decina d'anni, come in un lungo letargo. In "My future" si rivolge ad una ragazza: alla fine è chiaro, parla alla Billie di domani. "Oxytocin" è un trip hop che ricorda certi esprimenti dei Röyksopp, i cori surreali di "Goldwing" non sfigurerebbero in una scena assurda di un film di Sorrentino.

Mostri e rabbia

Dal monologo "Non my responsibility" in poi il sound si fa sempre più cupo, come se Billie ci aprisse le porte della sua mente, invitandoci a scavare in profondità, mostrandoci i mostri che lei stessa vede tutti i giorni. "How dare you? How could you?", "Come hai osato? Come hai potuto", domanda in "Your power", in preda alla disperazione, al suo molestatore, mentre sulla copertina del disco una lacrima le riga il volto. Su "Happier than ever", la title track, scorrono i titoli di coda. Per due minuti è una ballata chitarra acustica e voce senza tempo che sembra uscire da un vecchio film in bianco e nero - ha ammesso di essersi ispirata a grandi dive della canzone americana come Julie London e Peggy Lee, di cui produrrà un biopic - poi dal nulla l'acustica lascia spazio ai chitarroni elettrici e la voce di Billie si fa più aggressiva, rabbiosa: "Just fuckin' leave me alone", urla, stavolta spingendoci fuori dalla sua testa.
Abbiamo visto fin troppo, più del consentito. Può bastare.

(Articolo originale su Rockol.it)

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